Violenza ai paparazzi per tutelare “arbitrariamente” l’immagine di Belen

di Francesco Giuseppe Catullo -

Nel provvedimento in questione il P.M. di Latina, motivando la propria richiesta di archiviazione, derubrica la fattispecie di rapina in quella di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone e, costatando l’avvenuta remissione delle querele da parte delle persone offese, ravvisa gli estremi dell’improcedibilità dell’azione penale.

La questione interpretativa affrontata dall’Inquirente e accolta dal Giudice per le indagini preliminari parte dalla costatazione che il fatto posto in essere dagli imputati ha perfezionato, dal punto di vista oggettivo, gli elementi sia del delitto di rapina che di quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone, per arrivare alla considerazione di approfondire il dolo che avrebbe indirizzato la condotta degli aggressori.

Poiché l’elemento psicologico è un inosservabile nella misura in cui si esaurisce in interiore hominis, l’analisi del P.M. viene circoscritta ad alcuni indicatori oggettivamente apprezzabili, che nel caso di specie sono i seguenti:

  1. lo scatto fotografico ha come oggetto una scena imbarazzante della vita privata di Belen Rodriguez che non soddisfa una funzione informativa e al contempo pregiudica il decoro di quest’ultima;
  2. l’attuale tecnologia avrebbe consentito agli autori della fotografia di pubblicarla on-line quasi contestualmente alla sua realizzazione;
  3. se gli imputati non avessero agito con tempestività al fine di recuperare il dispositivo utilizzato per fotografare, delegando la soluzione della controversia all’autorità giudiziaria, sarebbe trascorso inutilmente del tempo che avrebbe consentito ai fotografi di divulgare sul web l’immagine poco decorosa di Belen.

Inoltre, dal punto di vista del diritto, dalla lettura dell’art. 97 della L. 633/41 sulla Protezione del diritto d’autore, viene dedotto che

  1. è vero che non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà di quest’ultima o quando la riproduzione è collegata comunque a fatti verificatisi in pubblico;
  2. ma è altresì assodato che il personaggio notorio conserva il diritto di tutelare la propria immagine contro rappresentazioni indecorose, come quelle che indiscutibilmente riguardano il caso de quo.

Dall’interpretazione della fattispecie di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone, infine, viene dedotto che il soggetto agente, durante la realizzazione della condotta, deve avere la rappresentazione di essere titolare di una pretesa meritevole di tutela ed agisca al fine della sua realizzazione.

Il P.M., fissando queste premesse, rassegna la propria conclusione condivisa dal Giudice per le indagini preliminari di derubricare la più grave fattispecie di rapina in quella di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone.

Al fine dell’interesse coltivato presso questo Osservatorio, rilevano gli argomenti utilizzati dall’Inquirente quando ha sostenuto che la tecnologia ha reso più facile la possibilità di offendere la reputazione, in quanto l’immagine indecorosa avrebbe potuta essere pubblicata in tempo reale rispetto alla sua captazione e che la velocità di diffondere sul web l’informazione iconografica offensiva sarebbe risultata inconciliabile con l’attesa di un’eventuale risposta giudiziaria richiesta anche dalla più tempestiva domanda di tutela.

Se il medesimo scatto fotografico fosse stato realizzato venticinque anni prima, i fotografi dopo averlo realizzato avrebbero dovuto svilupparlo in un laboratorio, l’avrebbero dovuto proporre ad una testata giornalistica e quest’ultima – nel caso in cui avesse valutato l’opportunità di pubblicare il servizio – sarebbe uscita in edicola a distanza di qualche giorno dalla ricezione del materiale fotografico controverso. In questa datata ipotesi, il delitto di diffamazione a mezzo stampa si sarebbe presuntivamente consumato a distanza di giorni dalla realizzazione del servizio fotografico e il lasso temporale, intercorrente tra gli scatti e la pubblicazione della notizia, avrebbe consentito al personaggio notorio di intraprendere utilmente delle iniziative atte a tutelare i propri diritti innanzi all’Autorità giudiziaria. In queste condizioni, l’intervento violento destinato a sottrarre la macchina fotografica ai paparazzi rischiava di essere sussunto nel più grave fatto di rapina o, comunque, in una fattispecie diversa da quella di cui all’art. 393 c.p.. La repentina reazione violenta, infatti, non sarebbe risultata spiegabile dal pericolo di vedere immediatamente compromesso il diritto all’immagine.

Ancora una volta, l’interpretazione di reati tradizionali risulta essere stata condizionata dal progresso tecnologico.