A proposito di “Blockchain e smart contract”, a cura di Raffaele Battaglini e Marco Giordano, Giuffré, 2019

di Giuseppe Vaciago -

Il Parlamento Europeo con la risoluzione del 3 ottobre 2018 ha preso una posizione netta: le tecnologie DLT e blockchain possono costituire uno strumento che rafforza l’autonomia dei cittadini dando loro l’opportunità di controllare i propri dati e decidere quali condividere nel registro, nonché la capacità di scegliere chi possa vedere tali dati. Le tecnologie DLT possono quindi diminuire o addirittura eliminare i costi di intermediazione, aumentando la trasparenza delle transazioni e garantendo una maggiore sicurezza delle stesse.
La stessa risoluzione evidenzia come le tecnologie DLT possono migliorare in modo significativo i settori chiave dell’economia nonché la qualità dei servizi pubblici: dalle applicazioni a basso consumo energetico e rispettose dell’ambiente ai trasporti e logistica, dal settore sanitario alla cd “supply chain”, dall’istruzione al settore finanziario.
Il lungo elenco di opportunità descritto della risoluzione è già realtà in molti settori privati anche a livello nazionale: grandi catene di supermercati certificano le proprie filiere tramite blockchain, permettendo al consumatore di controllare i processi produttivi in modo totalmente trasparente. Gruppi assicurativi propongono soluzioni blockchain che consentono, attraverso uno smart contract, di avere un rimborso immediato in caso di ritardo o cancellazione di un volo aereo. Squadre di calcio adottano soluzioni blockchain che danno la possibilità ai tifosi di poter interagire con i loro beniamini attraverso un token creato ad hoc.
È indubbio pertanto che le possibili applicazioni della blockchain sono innumerevoli e potrebbero apportare un beneficio significativo al sistema economico del nostro Paese. Perché ciò avvenga, la citata Risoluzione esprime un principio molto importante “creare fiducia attraverso la disintermediazione”. La fiducia, tuttavia, non si può creare senza la presenza di regole certe.
Tra i primi paesi europei, l’Italia ha fornito una definizione di “tecnologie basate su registri distribuiti” e di “smart contract”, disegnando nel contempo la disciplina generale degli effetti giuridici connessi all’utilizzo di tali tecnologie. Il riferimento è all’art. 8-ter del Decreto Semplificazioni (D.L. 14 dicembre 2018, n. 135, convertito in legge con L. 11 febbraio 2019, n. 12) che verrà meglio affrontato all’interno del volume.
La normativa ha il pregio di porsi all’avanguardia nella regolamentazione della tecnologia blockchain oltre gli aspetti prettamente finanziari connessi ai fenomeni delle criptovalute e della tokenizzazione, ma lascia spazio ad alcuni dubbi interpretativi, che dovranno essere in parte risolti in sede di predisposizione delle linee guida che l’AgID dovrà adottare in conformità a quanto indicato nel medesimo Decreto Semplificazioni. I due principali aspetti che dovranno essere chiariti sono l’identificazione elettronica che permetterebbe agli smart contract di soddisfare il requisito della forma scritta e la validazione temporale elettronica di cui all’articolo 41 del Regolamento eIDAS. Rimane inoltre il dubbio circa la conformità di alcune soluzioni tecnologiche alla normativa posta a tutela dei dati personali, di cui al Regolamento Europeo n. 679/2016.
La necessità di avere delle regole certe può portare anche ad un rischio “competitivo” tra i vari Paesi che stanno adottando una normativa in materia. Paesi come Gibilterra, Malta, Svizzera e San Marino si sono mossi con rapidità ed efficienza permettendo, di fatto, a chi vuole operare con le tecnologie blockchain-based di godere di un panorama giuridico sufficientemente chiaro ed affidabile.
Come è già successo in altri settori della tecnologia, la presenza di una normativa chiara, trasparente e flessibile diventa un fattore competitivo per chi vuole investire nel settore della Blockchain. L’Italia deve sicuramente guardare con molta attenzione questi modelli per evitare che le incertezze interpretative possano disincentivare iniziative imprenditoriali innovative e di sicuro impatto socio-economico.
La professione legale è sicuramente ad un bivio importante e delicato. Le tecnologie DLT e blockchain e, più in generale, i servizi legal-tech non vanno sopravvalutati, ma non devono nemmeno essere ostracizzati. Il percorso da compiere deve necessariamente essere graduale perché la realtà italiana sconta un ritardo piuttosto significativo rispetto alle sperimentazioni già effettuate in altri parti del mondo. Pertanto, il primo passaggio fondamentale per avvicinarsi alla professione legale del futuro è quello di trasformare, ove possibile, il servizio legale in un processo organizzato e di conoscere nel dettaglio quali sono i limiti e le opportunità di un utilizzo di tecnologie innovative.
Nel prossimo decennio, ancora più dell’ultimo, vedranno la luce un significativo numero di startup che utilizzeranno la tecnologia blockchain per fornire servizi e che avranno inevitabilmente una forte ricaduta in termini legali. In questo scenario, meritano una riflessione i dati forniti da I3P, il noto incubatore del Politecnico di Torino: negli ultimi 20 anni, in Italia sopravvive quasi il 90% delle startup. Quasi nessuna, però, diventa grande: una su dieci ha un fatturato superiore ai 500mila euro; ma la media si avvicina a 170mila. Questo dato è in netta controtendenza non solo con le realtà statunitensi, ma anche con quelle europee e denota due caratteristiche proprie del nostro Paese: l’estremo individualismo e l’eccesso di prudenza nella capacità di investimento.
Il mondo delle startup e i professionisti legali del futuro devono, invece, avere coraggio di innovare e necessariamente accettare il rischio di fallire in un progetto così ambizioso. Il fatto di minimizzare il rischio ha come conseguenza positiva la sopravvivenza della stessa realtà che progressivamente finisce per virare dal mondo dell’impresa al magmatico universo della consulenza. Viviamo, però, in un momento storico, sia dal punto di vista di evoluzione tecnologica che di compliance normativa, dove la rapidità dei cambiamenti impone un cambio di paradigma: dobbiamo realizzare prodotti e soluzioni in grado di aiutare il progresso tecnologico evitando di pensare che sia sufficiente una buona consulenza la quale avrà come risultato, nel migliore dei casi, l’indicazione della necessità di adottare soluzioni tecnologiche che il nostro Paese non è in grado di produrre e che sempre di più sta importando dall’estero.
L’auspicio è quindi che ci sia la volontà da parte dello Stato, delle grandi imprese nazionali, delle PMI di intraprendere questo fondamentale e importante cambio di paradigma. In questo contesto, il ruolo del professionista legale è centrale, in quanto non solo ha il compito di interpretare il diritto, ma ha anche quello di farlo con una competenza tecnica che gli consenta di comprendere il funzionamento delle tecnologie DLT e blockchain collegate al servizio per il quale deve rendere la sua consulenza.
Per tutte queste ragioni, non posso che apprezzare questa pregevole iniziativa editoriale pensata da un gruppo di giuristi ed esperti della materia che non ha solo l’obiettivo di introdurre i temi legali della blockchain e degli smart contract, ma che al contempo rende anche le doverose spiegazioni tecniche di un fenomeno la cui portata innovativa ha solo incominciato a produrre i suoi effetti nel settore lega