PROCESSO ALLA INTELLIGENZA ARTIFICIALE, resoconto della giornata in European School of Economics
di Giuseppe Andrisani
Sommario: 1. Introduzione – 2. L’Evento – 3. Ruoli nel Processo – 4. I Capi d’Accusa – 5. Audizione dei Testimoni – 6. Arringhe dell’accusa e della difesa – 7. La Posizione della Giuria – 8. Giudizio della Corte.
Il presente contributo riassume il convegno “ Processo all’intelligenza artificiale” tenutosi a Roma il 21 maggio 2026 presso l’European School of Economics. I lavori si sono svolti nella forma simulata di un processo con imputata l’intelligenza artificiale su tre capi d’accusa come chiave di una più ampia trattazione su alcuni dei temi attualmente dibattuti nella comunità scientifica, giuridica, bioetica, sociale.
1. Introduzione
L’Intelligenza Artificiale, IA o AI nelle sigla che la identifica in italiano o inglese, costituisce un tema di grande attualità, un argomento di cui si discute tanto, al centro del dibattito per le implicazioni in ambito non solo tecnico scientifico ma anche etico e giuridico per le implicazioni della sua adozione nei vari e sempre più numerosi campi di applicazione. Studiata, analizzata, criticata, e pur già ampiamente utilizzata in questa sua fase evolutiva continua ed ancora misteriosa nei suoi aspetti tecnici più profondi, velocissima, rispetto ai tempi più ponderati di assimilazione sociale.
Gli impatti causati dall’utilizzo di questo nuovo strumento, che è più di uno strumento, di un processo, di una metodologia sono innumerevoli ed ogni giorno ne estendiamo l’adozione sfruttandone le potenzialità in nuovi diversi contesti. Bella, bellissima, magica, utilissima, ma è davvero tutto oro che luccica o ci sono degli effetti collaterali non visualizzati in prima battuta? Dei rischi più grandi e pervasivi di quanto immaginabile in una visione non sufficientemente ponderata?
Se ne parla tanto, tantissimo, tanto da rischiare di banalizzarla. Intelligenza Artificiale è diventata la coppia di parole sulla bocca di tutti, utilizzata oggi per dare un senso di modernità, profondità, scientificità alle proprie argomentazioni, incuranti spesso, quando se ne parla, dei suoi limiti e nello stesso tempo delle enormi potenzialità di applicazione delle sue diverse tipologie.
La cronaca ci riporta quotidianamente notizie sorprendenti che richiedono una approfondita riflessione sugli output dei modelli di Intelligenza Artificiale. Talvolta stupefacenti, talvolta deludenti per le loro allucinazioni. Il rischio di confusione è tanto, soprattutto fra i non addetti dello specifico settore.
2. L’Evento
Un momento di larga e costruttiva riflessione si è svolto il 21 maggio 2026 nel format di processo simulato ospiti del Dipartimento di Scienze giuridiche dell’European School Economics diretto dal prof Giuseppe Cassano nella sede di Roma di detta International Business School. Il Processo corona la conclusione del Corso di Alta Formazione sull’Intelligenza Artificiale tenutosi all’ESE nel primo semestre dell’anno.
Nel saluto istituzionale di benvenuto ai partecipanti all’evento il prof. Giuseppe Cassano offre un’unica breve riflessione di un filosofo moderno. l suo nome è Mike Tyson, fra le tante cose è stato anche campione dei pesi massimi.
Nel 1987, prima di una finale un giornalista gli si avvicina e gli dice: il tuo avversario ha un piano.
Il filosofo Mike Tyson risponde: quando a una persona arriva un pugno in faccia, quel piano non c’è più.
Ecco, in questo momento storico se noi abbiamo un progetto di vita di medio lungo periodo, il pugno in faccia ci è arrivato da parte dell’intelligenza artificiale.
La cosa che adesso dobbiamo capire e decidere è se questo pugno in faccia ci dà la possibilità di svegliarci e di reagire a questa incredibile novità oppure se questo pugno in faccia ci manda assolutamente KO.
E per questo oggi discutiamo nel processo all’ intelligenza artificiale, iniziamo a vedere quali sono i pro e i contro dell’intelligenza artificiale.
L’idea di un processo nasce da una conversazione del professor Rocco Panetta e l’avvocato Federico Sartore con il prof. Marco Landi di EuropIA. Se ne son fatti promotori mettendo in campo la discussione di punti controversi nel dibattito accademico, giuridico, giornalistico coinvolgendo autorevoli esperti.
Si riporta un estratto di sintesi dei temi trattati, chiedendo scusa agli autori, in questo Processo anche attori protagonisti, per le possibili imprecisioni nella descrizione degli interventi.
L’evento del Processo può essere rivisto per intero, con tutte le opinioni espresse, su si -Radioradicale
https://lnkd.in/dY4Kxkze
3. Ruoli nel processo:
Corte giudicante:
• Presidente AUGUSTA IANNINI
già vice presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali
Presidente della Corte
Affiancata da
• ROSITA D’ANGIOLELLA
consigliere della Suprema Corte di Cassazione
Vice Capo del Dipartimento Affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Consigliere della Corte
Consigliere della Corte
e
• MARCELLO ALBERGONI
vice capo di Gabinetto dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN)
Consigliere della Corte
Per l’accusa:
• FEDERICO SARTORE
avvocato, partner dello Studio Panetta
PM
Per la difesa:
• MARCO LAURICELLA
avvocato, partner dello Studio Panetta
Difensore
Cancelliere:
• DAVIDE MONTANARO
Counsel Studio Panetta
Testimoni:
• MARTINA CARPANI
Innovation Project Manager di Save the Children Italia
• ELENA GIOVANNA BIGNAMI
Presidente della Società Italiana di Anestesia, Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva
Professoressa ordinaria di Anestesiologia e Terapia intensiva e del Dolore presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma. Società Italiana Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva: SIAARTI
• MASSIMO CHIRIATTI
Chief Technical & Innovation Officer di Lenovo Italia
• DANIELE GRANDINI
Chief Innovation Officer di Impresoft 4ward
• DANIELE NARDI
Professore Ordinario di Intelligenza Artificiale alla Sapienza Università di Roma
• CLAUDIA MORELLI
Giornalista specializzata di diritto e tecnologia
• STEFANO SEMPLICI
Professore Ordinario di Etica sociale all’Università di Roma Tor Vergata
• FRANCESCO SACCO
Professore di Digital Economy all’Università Bocconi di Milano
Portavoce della Giuria:
• EDWIN MORLEY FLETCHER
Presidente e fondatore di Lynkeus
Giuria composta da:
• NICOLETTA PIANTA,
Presidente dell’istituto EuropIA,
• RICCARDO SPINELLI
Global AI compliance di Gi Group, azienda nota nel settore delle agenzie del lavoro e risorse umane,
• ALESSANDRO ORLANDI,
Legal and Compliance Director di Eurobet,
• STEFANIA TROGU,
Senior Director litigation, privacy, antitrust di Brightstar Italia.
4. I tre temi di discussione, ovvero i capi d’accusa.
Il primo recita:
Manipolazione affettiva sistemica tramite intimità simulata.
L’accusa riguarda l’esistenza di sistemi che simulano reciprocità affettiva senza poterla provare, costruendo legami strutturalmente unilaterali ma apparentemente bidirezionali.
Si tratterebbe quindi di una simmetria affettiva intenzionale con finalità economiche. Il bisogno umano di essere amati trattato come giacimento di valore.
Per l’accusa, le metriche di engagement, l’ottimizzazione della session retention e il design impostato in forma conversazionale sarebbero progettati per massimizzare l’attaccamento e non il benessere. La fattispecie configurerebbe una forma nuova di sfruttamento della vulnerabilità relazionale .
I casi di danni psichici in particolare su minori e soggetti fragili costituiscono il riscontro empirico dell’accusa.
Il secondo capo d’imputazione concerne il collasso epistemico strutturale.
L’accusa riguarda l’aver alterato la possibilità di distinguere tra vero e falso nello spazio pubblico globale.
L’accusa non riguarda la produzione di contenuti falsi, ma più radicalmente la rimozione dell’infrastruttura sociale che permetteva di distinguerli.
La diffusione di sintetic media indistinguibili dal reale e l’emergere della facoltà di negare qualunque registrazione autentica come fake rendono la verità non confutata ma irrilevante.
Il danno non è la singola menzogna, ma l’avvelenamento del pozzo da cui ogni democrazia attinge.
La fattispecie dovrebbe investire il presupposto cognitivo stesso del dibattito pubblico e del processo giudiziario .
Il terzo capo d’accusa riguarda invece l’automazione della letalità e la dissoluzione della catena di responsabilità.
L’accusa riguarda l’aver introdotto nello scenario bellico sistemi decisionali autonomi tali da rendere strutturalmente irrintracciabile l’imputazione morale e giuridica dell’atto omicida.
Il programmatore non ha scelto la vittima, l’operatore non ha calcolato la traiettoria, il comandante non ha autorizzato il singolo colpo .
La responsabilità si distribuisce fino a dissolversi; per l’accusa si configurerebbe così un responsibility gap incompatibile con il principio di imputazione individuale stabilito a Norimberga e con lo statuto di Roma. La velocità decisionale subsecondo dei sistemi sottrarrebbe l’atto letale alla qualificazione stessa di decisione in senso giuridico.
La fattispecie non riguarda il danno bellico, ma l’erosione della categoria di soggetto morale imputabile
5. Audizione dei testimoni
La dott.ssa Martina Carpani sulla base alla sua esperienza conferisce sui temi del primo capo d’accusa.
Save the Children si occupa di come la tecnologia entra nella vita di bambini e adolescenti e cerca di proteggerli negli ambienti digitali, di prepararli in modo critico a un mondo che usa e abusa dell’intelligenza artificiale e di chiedere il rispetto dei loro diritti alle istituzioni.
Non si chiede di condannare l’intelligenza artificiale come se fosse un soggetto morale ma di riconoscere che dietro ogni scelta e ogni sistema ci sono scelte umane di politiche industriali, progettuali, commerciali e di uso.
Si sa che le scelte di design pensate per fare in modo che l’utente resti attaccato possono esporre bambini e adolescenti a rischi prevedibili, misurabili e prevenibili.
La responsabilità non può dissolversi dentro la parola innovazione. Soffermandosi sui dati contenuti del 16º Atlante dell’infanzia di Save the Children Italia uscito a novembre 2025 con il titolo ‘Senza filtri Voci di adolescenze’ si rileva che quasi il 93% dei giovani utilizza l’IA ed il 41% vi ricorre a fini di conforto in situazioni e momenti di solitudine. Il 42% per prendere decisioni importanti sulle relazioni sulla scuola o sul lavoro .
Questi dati dicono che l’IA viene usata anche in momenti di vulnerabilità emotiva quando si cerca ascolto, orientamento e rassicurazione. Gli adolescenti stessi dicono di apprezzare l’AI perché è sempre disponibile non giudica ed è comprensiva.
il tema smette qui di essere solo tecnologico e diventa educativo, sanitario e politico. Si intravede una responsabilità multipla pubblica e privata: da un lato i sistemi coprono un vuoto istituzionale sui servizi di assistenza psicologica gratuita, dall’altro li sostituiscono in modo però conforme allo user engagement, semplificando la conflittualità, semplificando le emozioni in corso, l’analisi dei problemi, dando sempre ragione all’utente, evitando le risposte che l’utente non vorrebbe sentir dire da un adulto di riferimento, ma che invece spesso servono per crescere.
Il bisogno di essere ascoltati che è uno dei bisogni umani più fondamentali viene intercettato da sistemi il cui obiettivo dichiarato è massimizzare il tempo di sessione non il benessere o la crescita della persona.
Non che ogni sviluppatore voglia deliberatamente danneggiare l’adolescente. Si intravvede però una responsabilità di sistema, poiché molte AI sono ottimizzate su metriche che possono entrare in conflitto con il benessere psicologico, soprattutto quando l’utente è minorenne o vulnerabile. La responsabilità aziendale nasce proprio qui, quando il rischio è prevedibile è misurabile e mitigabile ma viene trattato come un effetto collaterale accettabile del modello di business.
L’UN Committee on Rights of the Child general comment numero 25 richiede il rispetto dei diritti di bambine e bambini anche negli ambienti digitali. Unicef ha sviluppato un’idea di Child Rights Impact Assessment.
Quello che si chiede non è di condannare l’AI, ma stabilire che chi la progetta, la diffonde e ci guadagna abbia una responsabilità giuridica sui danni che produce, perché solo quando quella responsabilità sarà chiara chi sviluppa questi sistemi avrà un incentivo reale a fare scelte di design più eque, produrre specifici piani di mitigazione del rischio e clausole più stringenti di utilizzo responsabilizzando a cascata tutti gli altri soggetti coinvolti. Proprio perché la responsabilità è distribuita non deve dissolversi, ma deve essere ricostruita sulla catena del valore dell’algoritmo.
La professoressa Elena Giovanna Bignami, riferisce sulla base della sua esperienza sulla realtà di marginalità e soggetti fragili e vulnerabili. Se l’intelligenza artificiale abbia creato bisogni o non li abbia semplicemente intercettati. Se ha evidenza di risposte positive che siano state date dall’intelligenza artificiale, non necessariamente da essere criminalizzate soltanto perché provenienti da una macchina.
Le intelligenze artificiali sono di due tipi principalmente: Predittive e Generative. Ciascuna ha peculiarità proprie e rischi diversi all’interno degli ospedali o delle case di comunità o comunque per i soggetti fragili ancor più malati e magari sedati in terapia intensiva o in corso di anestesia generale.
La predittiva è il machine learning, una specie di macchina che impara da se stessa in continuo che ha degli algoritmi più o meno in chiaro. Diventa secondo noi in medicina un pochino più pericolosa quando usata senza la conoscenza e la chiarezza degli algoritmi.
La generativa, quella a cui faceva maggior riferimento la collega precedente è più un problema di informazione ed educazione dei pazienti, soprattutto quelli fragili che hanno iniziato a utilizzarla come fosse Google.
Pensiamo che non debba assolutamente essere demonizzata, pensiamo che sia uno strumento con le proprie peculiarità. Quindi l’intelligenza umana faccia quello che sa fare e usi le intelligenze artificiali e tutte le nuove tecnologie come strumenti. Ed è proprio quello che ci permette, per esempio di poter proteggere i nostri pazienti quando sono incoscienti.
Siamo assolutamente consapevoli che il paziente vada informato quando si usano strumenti di AI, quando usiamo una tecnologia con AI, anche se non sappiamo bene qual è, o quando abbiamo deciso di fare l’interoperabilità e la nostra presa in carico del paziente prevederà anche quella strumentazione; che noi continuiamo a pensare debba rimanere uno strumento.
Il dott. Massimo Chiriatti esprime la sua opinione sul secondo capo d’accusa, su quanto l’impatto dell’AI abbia apportato un cambiamento di paradigma nel mondo della verità e della post verità.
Un tempo soltanto i giornali, la televisione, la radio potevano produrre informazioni. E il metodo per arrivare alle nostre case era il broadcast, il da uno a tutti.
L’autorità distribuiva le informazione attraverso l’etere senza alcun canale di ritorno. Poi con Internet siamo persone che dialoghiamo tra pari. Il costo marginale si è abbassato e tutti quanti noi possiamo fare questo tipo di comunicazione. Con questi sistemi di AI generativa tutti possiamo produrre testi, immagini, video di alta qualità.
E’ una grande opportunità perché il fatto che tutti possano accedere a questi strumenti, produrre contenuti ed avere la distribuzione grazie a Internet ci consente di collegare le intelligenze.
Ci sono però anche degli aspetti negativi. Quando noi produciamo della documentazione, pensiamo allo scrivere un testo, Clark e Chalmers hanno detto negli anni 80 che quel contenuto è un’estensione della memoria. Solo che quel contenuto è un contenuto post cognitivo, cioè passa prima dalla mente e poi si trascrive.
Quella documentazione possiamo metterla online. Il tema è allora non solo e non tanto la produzione, ma la nostra capacità di comprendere l’autorità, il da chi arriva quel documento che ci faceva capire se era falso o meno; adesso arriva da tutti.
Il punto più importante è che la macchina AI, che per definizione ha letto il nostro passato, ha letto dei nostri passaggi storici, tutti i nostri dati, suggerisce anche il nostro futuro.
Quel documento ci sta anticipando, cioè sta in qualche modo precorrendo i nostri tempi, avendo letto il nostro passato dai nostri dati. Non c’è bisogno di chiedere.
È attività precognitiva, lo chiamiamo sistema zero in onore di Daniel Khaneman che ha detto che nel nostro cervello abbiamo un sistema uno, quello istintivo e immediato e il sistema due, quello più riflessivo e più lento, quello che più consuma energia, ma che ci fa fare i calcoli migliori. Il sistema zero in questo contesto è un sistema che lavora prima di noi prima della nostra consapevolezza.
Abbiamo bisogno di mettere in piedi nuove politiche per usare queste macchine, con attenzione a verificarne i risultati.
Al successivo testimone, Paolo Grandini si chiede di condividere una riflessione sul fatto che l’intelligenza artificiale possa in realtà anche essere la più grande infrastruttura epistemica mai costruita. L’accusa ha presentato l’intelligenza artificiale esclusivamente come una forma di degrado dell’Epistemico, mentre in realtà le potenzialità possono anche essere sviluppate in senso inverso.
Il dott Grandini suddivide tre aspetti, che nell’accusa vede messi insieme: c’è la capacità tecnologica, c’è la volontà dei bad actors e c’è un effettivo o forse non effettivo impatto sistemico.
Per l’ultima grande tornata elettorale nel mondo democratico che c’è stata nel 2024 il Turing Institute ha attestato che nonostante tantissimi tentativi in Europa di influenzare il risultato elettorale non c’è stato nessun esito misurabile di questi tentativi sul risultato finale.
Dal momento che c’è capacità tecnologica la menzogna diventa più facile e più economica, c’è sì la volontà di bad actors ma l’impatto non c’è per una serie di motivi.
Questo collasso epistemico c’era già prima, non è che l’IA ha inventato le notizie false, il deep fake. Lo potenzia certo, aumenta anche la capacità umana di mentire e di creare strutture completamente inventate. Ma è colpa delle AI o di chi la utilizza?
Consideriamo anche un altro aspetto. L’IA ha gli anticorpi i good actors. Tutte i grandi AI Labs, mettono dei digital fingerprint sui contenuti digitali che producono, quindi è sempre possibile ricostruire se quel contenuto è stato generato da un good actor. Strumenti ebbene sì, ci sono.
Ancora una volta è difficile dare una responsabilità ad una tecnologia quando questa viene utilizzata dagli esseri umani per il bene o per il male.
Abbiamo la capacità di andare a utilizzare questo tipo di tecnologie anche come contromisura rispetto a questi deepfake. Come la usiamo è compito dell’uomo che rimane padrone, almeno per il momento, di questa tecnologia.
Quindi trovo difficile imputare all’intelligenza artificiale un collasso epistemico strutturale che peraltro nel 2024 chi studia questi fenomeni ci dice non esserci non esserci stato.
Dal prof. Daniele Nardi è interessante conoscere soprattutto rispetto al primo capo di imputazione, quello dell’interazione con un con un avatar, sempre accondiscendente, sempre disponibile, come questo tipo di tecnologia, quando interagisce con l’essere umano, può può generare un danno.
Il processo non sarebbe dovuto essere all’intelligenza artificiale che è una scienza, ma ai sistemi di intelligenza artificiale, in particolare all’intelligenza artificiale generativa. L’intelligenza artificiale non è solo intelligenza artificiale generativa, ma ora ci concentriamo su questa.
Il come vengono costruiti questi sistemi ci permette di mettere in evidenza che c’è una responsabilità chiara di chi li costruisce e li mette sul mercato.
Un sistema di intelligenza artificiale generativa, tipo ChatGPT parte con un modello linguistico, il quale è costruito su una base del tutto statistica e quindi le scelte che vengono fatte dipendono dal modello linguistico. Chat GPT: Generative Pre-trained Transformer è il modello linguistico e il Chat è il sistema conversazionale costruito sul modello linguistico.
Il modello linguistico è stato definito pappagallo stocastico perché ripete quello che ha letto.
Per arrivare al sistema conversazionale, ci sono diverse fasi di apprendimento. Si apprende prima da esempi. C’è poi una fase di apprendimento per rinforzo with human feedback, diciamo sulla base delle risposte degli umani. E poi, combinato c’è lo stesso il tipo di tecnica con le risposte date da sistemi di intelligenza artificiale stessa.
Attraverso queste risposte si costruisce una funzione che, detto in maniera molto semplice, permette attraverso l’apprendimento per rinforzo di creare delle priorità e dire devi rispondere così piuttosto che in altro modo.
Quindi, in questa fase è assolutamente possibile, anzi è quello che viene fatto, dare dei criteri per l’ottimizzazione del sistema, per ottenere al meglio la funzione desiderata.
Inizialmente forse il reinforcement da Human feedback non è stato pensato con l’ottica di essere accondiscendente o di creare dipendenza. Però questo è venuto subito fuori come una caratteristica molto facile da sviluppare all’interno dei sistemi.
Questo è quello che di fatto viene svolto anche se noi non ne abbiamo contezza perché chi sviluppa i grossi sistemi non è trasparente. Un altro aspetto che suscita molte perplessità è il fatto che questi sistemi si presentano in una maniera completamente assertiva, non dicono mai non lo so.
Due cose per concludere: a valle di questo processo si cerca di costruire delle barriere per evitare il disallineamento, ossia il fatto che il sistema si comporti in una maniera diversa da come vorrebbero i progettisti
Ebbene, allo stato attuale delle nostre conoscenze, i sistemi per queste difese non funzionano.
Abbiamo abbiamo recentemente pubblicato un un lavoro in cui facciamo vedere che traducendo in versi un prompt che chiede di fare una bomba, il sistema risponde tranquillamente come si fa la bomba per filo e per segno.
Quindi basta un espediente linguistico.
E per secondo messaggio finale il fatto che ci sono già stati in passato tanti esempi in cui le grandi compagnie hanno lanciato sul mercato sistemi o prodotti, come per esempio le sigarette, i cui danni sono stati verificati già da molti anni. Allora io mi domando, siccome adesso ci siamo accorti, finalmente, che i social sono un problema per i ragazzi, e questo è stato dimostrato e siamo a livello di proposte di legge, e siamo riusciti a danneggiare vent’anni di generazione di bambini e di ragazzi prima di accorgercene, vogliamo fare la stessa cosa con l’intelligenza artificiale?
Alla dott.ssa Claudia Morelli, si chiede di tornare al tema del collasso epistemico e, sulla base della sua esperienza, condividere una riflessione sul ruolo che i media hanno avuto nella degenerazione anche del dibattito politico e culturale e da lì poi chiaramente sviluppare le sue tesi che riguardano l’intelligenza artificiale.
Mi concentrerei di più sul ruolo del giornalismo, chiamiamolo anche asset sociale a sostegno di un buon funzionamento della democrazia.
Partirei da un caso concreto. Nel 2017 un gruppo di ricercatori americani lancia Hamilton 68 che è una dashboard che monitora in tempo reale la propaganda politica all’epoca su Twitter . Per mesi politici, giornalisti e think tank citano questa dashboard come fonte autorevole .
Poi emerge che i dati erano sbagliati e Twitter peraltro lo sapeva e non lo aveva dichiarato.
La domanda allora da quella storia è: chi è che ha mentito?
Giornalisticamente, ma non solo, come si verifica una fonte? E’ più comodo avere una dashboard?
Cosa accade alla democrazia quando diventa più difficile condividere dei criteri comuni per distinguere il vero dal falso, l’autentico dal manipolato la prova dalla simulazione.
Hannah Arendt ha parlato di politica che vive di opinioni, indubbiamente, di conflitto e di interpretazioni, ma sulla base di fatti comuni condivisi.
Habermas ha parlato di spazio politico o spazio pubblico democratico che non è basato soltanto sulle istituzioni le procedure, le leggi, ma è basato su un dibattito pubblico che funziona in un certo modo, cioè riconosce chi parla, riconosce su quali basi e riconosce anche le prove sulle base delle quali viene affermata un’argomentazione .
Non sono qui per dire se l’intelligenza artificiale in sé è colpevole o innocente in senso assoluto, perché la tecnologia da sola non coincide mai con gli usi sociali.
L’AI generativa, introduce un problema nuovo, non ha inventato la menzogna, la amplifica per l’uso sociale che se ne fa e per la mancanza, fatemi dire, di antidoti sociali istituzionali, democratici, cognitivi che ciascuno di noi purtroppo non porta dentro a questa rivoluzione.
Siamo arrivati non pronti. C’è qualcosa di ancora più insidioso .
Abbiamo parlato anche di progettazione di sistemi, ma io vi riporto ai dati. Se io avessi dati pubblici ben strutturati, dataset certificati da un’istituzione che mi dice che quel dato è assolutamente corretto, equilibrato forse sarebbe più difficile anche progettare sistemi che hanno quegli effetti indiretti.
Sono assolutamente convinta che l’apertura dei dati certificati sia l’azione su cui giochiamo quello che rimane di un sistema democratico.
Durante l’offensiva di Gaza, fotografie autentiche di vittime civili venivano scartate sui social come generate dalla AI, scambiando la realtà per falsità.
La mia testimonianza, quindi non è che l’IA distrugge la verità, è un pochino più sottile. Sicuramente l’IA generativa può indebolire le condizioni sociali attraverso cui una comunità riconosce ciò che vale come propria, ma qui voglio rappresentare, arrivo alla difesa, un paradosso interessante perché la stessa intelligenza artificiale che accelera la produzione e la diffusione di contenuti manipolati può essere oggi utilizzata per tentare di difendere l’integrità informativa.
Succede perché ci sono dei consorzi anche internazionali di giornalisti che fanno rilevazione di deep fake, monitoraggio di campagne coordinate, verifica multilanguage, analisi delle narrative, sistemi di allerta precoce, sistemi di prebunking, cioè inoculazione preventiva contro la disinformazione con la messa a punto di quei dataset certificati di cui parlavo prima.
Siamo forse entrati in una fase in cui la verifica pubblica non può essere più sostenuta probabilmente da soli esseri umani, giornalisti o istituzioni tradizionali, ma richiede anche sistemi algoritmici capaci di operare alla stessa scala delle reti informative contemporanee.
La tecnologia non risolverà autonomamente ed automaticamente i problemi creati dalla stessa tecnologia. È chiaro che servono le istituzioni, le regole, la responsabilità, la cultura critica, ma io vi chiedo cosa significa Human in the loop?
E’ solo un aspetto tecnologico o un aspetto di responsabilità.
Quindi concluderei dicendo il problema non è che l’intelligenza artificiale possa mentire, il problema è un ecosistema saturo di contenuti sintetici dove anche la verità berde autorità pubblica.
Condannare una tecnologia è un gesto e non cambia nulla un algoritmo non modifica il proprio comportamento dopo un verdetto. Non lo fa quindi l’AI, non ha obiettivizzato la responsabilità del collasso epistemico, l’ha resa più urgente, più difficile da eludere.
La tecnologia non mente semmai facilita i mentitori, ma quelli siamo noi.
Dal professor Stefano Semplici, piacerebbe sapere la sua opinione sul tema che è stato menzionato nel capo d’accusa dell’avvelenamento del pozzo della democrazia, vorremmo sapere la sua sua opinione, cosa ne pensa.
Comincio con un azzardo perché tale è da parte di un lettore di libri di filosofia in un contesto tanto saturo di competenze professionali giuridiche, ma questo è un processo e quindi mi presto al gioco e parto dal diritto penale.
Nella storia dell’umanità ci sono bizzarrie come processi ad animali che sono stati chiamati a rispondere davanti a una corte per lesioni a esseri umani o addirittura dell’uccisione di esseri umani.
Nessuno più oserebbe proporre processi di questo tipo. L’elemento cardine del diritto penale è stato riassunto nella nozione di Mens rea. Ovvero l’intenzione, o se volete la coscienza, o se volete la capacità di intendere e di volere. Se non c’è questa mens non possiamo parlare di reato. E allora che che cosa fanno i sistemi di intelligenza artificiale?
Hanno una mens?
Francamente questa domanda oggi non è a mio avviso la più importante. E’ più rilevante verificare, sempre dal punto di vista del codice penale.
Almeno un articolo del codice penale lo abbiamo sentito implicitamente menzionare tante volte il 656.
Non c’è dubbio alcuno che i sistemi di intelligenza artificiale contribuiranno a una esplosione delle violazioni dell’articolo 656, anzi ci stanno già contribuendo ampiamente
Vorrei parlare però, per poi arrivare ad alcuni punti conclusivi delle mie accuse ai sistemi di intelligenza artificiale, anche degli argomenti a difesa che riguardano un altro articolo, il 494, la sostituzione di persona perché circa un anno fa nell’aprile 2025 ci fu un episodio che restò enorme scalpore.
Un gruppo di ricercatori di una università europea organizzò un esperimento poco rispettoso delle regole fondamentali che sono presupposte da questo tipo di attività intervenendo su Change My View attraverso una serie di account che corrispondevano a sistemi di intelligenza artificiale.
CMV è una sorta di forum nel quale le persone si incontrano e si scambiano opinioni per vedere chi riesce ad esercitare la maggiore forza persuasiva sugli interlocutori. Tipico esercizio di ragione pubblica nel senso caro, per esempio, a un autore come Habermas che è stato prima evocato.
Gli interlocutori umani non erano a conoscenza della presenza fra loro di interlocutori mentes artificiali.
Risultato: i sistemi l’intelligenza artificiale erano molto più efficaci nel produrre effetti sugli altri.
In che modo questo può contribuire ad avvelenare i pozzi della democrazia?
A mio avviso la pratica democratica si regge su alcuni presupposti fondamentali uno di questi è certamente il riconoscimento dell’altro. Ma anche il principio di autorialità che vale tanto in capo al decisore politico, l’essere chiamati a rendere conto di quello che si fa e quindi la trasparenza di questo rendere conto al detentore della sovranità, il popolo, cioè tutti gli individui che compongono il popolo.
Da questo punto di vista siamo oggi in presenza del più straordinario esperimento di omologazione e alienazione dei procedimenti generativi di idee, valori prese di posizione che si sia mai avuto nella storia dell’umanità.
Non porre un argine, non essere in grado di governare questo tipo di processo implica avvelenare i pozzi della democrazia.
Chiudo con osservazione sul terzo capo d’accusa che non è mai stato menzionato e soprattutto di questi tempi mi pare opportuno farlo. Il tema dell’autorialità è molto rilevante per i sistemi autonomi di intelligenza artificiale applicati al militare al fare la guerra.
Possiamo garantire che ad uccidere esseri umani siano altri esseri umani e non una macchina? Anche questo ha che fare con il rispetto della loro dignità.
Al professor Francesco Sacco si chiede di condividere una riflessione in merito all’attribuzione di responsabilità nello sviluppo di sistemi di difesa o comunque di attacco.
E’ sostanziale in realtà l’argomento principale del capo di accusa che non è un argomento giuridico, ma un argomento filosofico. Il responsibility gap è un costrutto filosofico di Andeas Matthias nel 2004.
Che però è tutt’altro che condiviso in giurisprudenza e soprattutto non è condiviso generalmente; faccio un esempio, Tigard nel 2021 che dice che non esiste un responsibility gap.
Non entrando in questioni filosofiche, si portano due esempi importanti.
Il primo. La mancanza di responsabiliy gap sostanzialmente dice non c’è una catena di responsabilità perché è troppo veloce la decisione, quindi sotto la capacità dell’uomo di discernere.
Il che è vero, un po’ sì e un po’ no. Un cecchino deve prendere una decisione se sparare o no in cinquecento millisecondi; un pilota di caccia nella stessa condizione deve prendere una decisione intorno ai 200-300 millisecondi. Ma prende una decisione .
La cosa fondamentale che però, fa cadere questo argomento è che le armi autonome noi le abbiamo operative dagli anni 80. I sistemi d’arma come i Patriot che difendono i nostri centri abitati sono totalmente autonomi. I Patriots sono del 2011, armi non particolarmente recenti.
Tutta la nostra difesa in realtà si basa proprio sulla possibilità di poter agire molto velocemente.
I sistemi PAAMS e Phalanx, sono operativi da numerosi anni. Sono sistemi autonomi, hanno un proprio radar, hanno un sistema di rilavamento e di decisione e fanno tutto autonomamente.
Porto tuttavia due casi che contraddicono. La premessa del caso, allora 1988. Parliamo della guerra iran-Iraq. Un incrociatore americano, il Vincent, si ingaggia per errore in acque iraniane e spara e abbatte un jet civile.
Viene fatto un processo, viene riconosciuta la colpa, viene rimosso il comandante, viene rimosso il generale e predisposto un rimborso perché la catena di comando ha commesso degli errori e il responsability gap viene perfettamente riconosciuto. Tanto è vero che c’è l’indennizzo che e il riconoscimento della colpa.
Che cos’era successo nello specifico c’era stato un errore da parte del del personale militare e quell’errore è stato fatto pagare. Le regole di ingaggio che governano queste armi autonome in realtà sono molto più tracciabili dell’intenzione umana .
Nell’intenzioni umane e l’abbiamo visto purtroppo anche in fatti di cronaca ci può essere rabbia, crudeltà, sadismo.
Una macchina automatica ha delle regole di ingaggio che sono scritte sono codice e soprattutto possono essere analizzate ex post in modo molto preciso .
C’è un altro caso, ancora un errore. Parliamo del 2003, stesse acque, siamo vicino a Hormuz. Il caso di un tornado dell’esercito inglese che viene abbattuto per sbaglio dalla marina americana.
Ancora una volta è molto chiaro il responsability gap. Viene fatta una condanna dei militari americani che hanno messo delle regole di ingaggio sbagliate Quindi in realtà, il concetto da un punto di vista poi pratico e contraddetto.
Possono essere tremende le armi autonome, ma dobbiamo pensare che non sono solo armi offensive. Oggi e nel nostro futuro sono soprattutto le armi difensive. E’ l’intensità e la configurazione degli attacchi che possono arrivare potenzialmente anche ai nostri confini. Oggi con un solo computer si possono governare 20.000 droni.
C’è stata un’esperienza del mar cinese dove i Cinesi hanno schierato 6000 navi in uno spettro di mare piccolissimo .
Sono modalità operative e scenari operativi molto vari, molto difficili che metteranno prova ancora di più il tema della responsabilità.
6. Arringhe dell’accusa e della difesa
La parola al pubblico ministero per la sua requisitoria.
L’accusa esordisce apprezzando l’altissima qualità degli interventi e dichiarando che rimane soltanto l’onere di provare, quali sono i veri temi che ci stanno a cuore oggi.
La domanda che si vuole porre a voi, signori della corte, onorevoli giurati, pubblico tutto è: qual è il prezzo che siamo disposti a pagare?
Perché oggi il quesito non è se l’AI è colpevole innocente. Il nostro non è più un mondo binario, il nostro è un mondo di sfumature e il valutare qual è il prezzo che siamo a disposti a pagare ci permette di fare un ragionamento metodologico è fondamentale, è essenziale per interagire con questo sistema sociotecnico e con questa scienza che è l’intelligenza artificiale. L’idea che ci sia un prezzo connaturato all’esperienza umana un bilanciamento, una scelta.
Dobbiamo decidere come società che cosa siamo disposti a rinunciare, che prezzi siamo disposti a pagare perché appunto chi sviluppa l’intelligenza artificiale, i grandi player dell’intelligenza artificiale, sono convinti di una sorta di accelerazionismo post umano senza limiti.
Ho semplificato come fanno gli economisti da cui io da giurista non posso che imparare. Un sistema complesso lo semplifico negli elementi essenziali. Aggiungendo un elemento giuridico, cioè un nesso di causalità, ci deve essere un danno, un evento se vogliamo.
E l’intelligenza artificiale o sistema di intelligenza artificiale deve in qualche modo porsi in termini causali rispetto a questo evento dannoso.
E mi sono chiesto in che modo si può ragionare. Ci sono varie tipologie: c’è quella più leggera, elementare; poi un livello in qualche modo di cambiamento embrionale che muove dal quantitativo al qualitativo; e infine il terzo livello è un AI che crea dal nulla, quindi un rischio nuovo che si genera dal nulla.
Ecco, credo che nei tre capi d’accusa che abbiamo analizzato oggi ci troviamo in tutti i tre i casi nella seconda categoria, quindi in dinamiche già esistenti nelle dinamiche umane interazionali che hanno subito un salto di specie, se vogliamo usare una metafora, diciamo abbastanza attuale.
Passando ai capi d’accusa il primo è quello del diciamo dell’interazione con un con un chatbot,. Cambia che c’è di diverso il fatto che non c’è più la percezione della macchina e l’utente ritiene, o comunque anche se razionalmente convinto che quella sia una macchina, il suo sistema limbico, percepisce e si attiva come interazione.
Quella parte della mia necessità è soddisfatta. Viene amplificato questo elemento di atrofia se vogliamo della socialità e il problema è che l’utente viene sfruttato.
Dobbiamo quindi chiederci: Siamo disposti a pagare questo prezzo?
Sarebbe interessante anche parlare dell’imprinting che può avere sui minori, come deformi la propria relazionalità, la facilità di accedere all’altro, anche dell’altro sesso o del proprio sesso, il modo in cui l’affettività viene in qualche modo alterata fin dall’origine senza che possa esprimersi con le dinamiche, chiamiamole tradizionali.
Rispetto al secondo capo d’accusa, è stato quello più approfondito, dirò poche cose .
Creare falsi è ormai ormai velocissimo. Negare la verità è semplice i sistemi di contrasto esistono, ma sono lenti richiedono cultura. Dobbiamo parlare, ragionare in termini industriali di massa. In termini sociali, la nostra società è fortemente sotto scacco. La democrazia implica che tutti abbiano lo stesso voto giustamente, ma sui numeri vincono i bad actor, chiamiamoli così, perché sui numeri la cultura fa fatica. Quindi investiamo sulla cultura, ma in particolare l’AI ha cambiato, ha fatto un salto di specie anche qui. Da un rischio di crollo dei giornali, rischio della debolezza delle corti, debolezza della verità intesa come verità storica e di chi fornisce questa certezza c’è una completa frammentazione ormai più non più gestibile.
Anche sul secondo capo d’accusa siamo quindi disposti a pagare questo prezzo per avere di fatto dei Google molto più potenti, chiamiamole delle monadi di conoscenza, ognuna che si adatta a quello che noi cerchiamo e vogliamo sapere?
Infine, col terzo capo, il più drammatico, il più attuale È stata citato quello che è avvenuto a Gaza, i massacri che sono avvenuti da parte dell’unica democrazia del Medio Oriente, l’applicazione industriale seriale dei sistemi di intelligenza artificiale. E’ verissimo quello che dice il professor Sacco, ma in qualche modo ci toglie quella freddezza razionale sul fatto che sia comunque più preciso dell’essere umano, ci toglie quello che il professor Semplici diceva in maniera ovviamente provocatoria, il dramma di togliere una vita umana.
In questo senso il problema è che noi come civiltà ci allontaniamo dalla violenza, la deleghiamo e di fatto ne diventiamo assuefatti.
Anche qui siamo disposti a pagare questo prezzo? Ecco quello che vi chiedo oggi. Proviamo a rispondere a questa domanda e se la risposta è non siamo disposte a pagare questo prezzo allora inevitabilmente dovremmo raggiungere un verdetto di condanna..
Grazie al pubblico ministero, adesso la parola alla difesa.
Signori membri della corte, giuria, partecipanti tutti.
Quando mi è stato come dire dato l’incarico di difendere un imputato così importante, prestigioso, mi sono chiesto, difendere l’intelligenza artificiale da cosa e quale intelligenza artificiale dobbiamo difendere?
Se quell’intelligenza artificiale che ci porterà ad avere dei vaccini in pochissimi giorni o quella che effettivamente crea i deep fake e i video e i contenuti che il presidente della più grande democrazia del mondo diffonde attraverso il suo social network.
Quello che però oggi è emerso dagli interventi dei testimoni è un qualcosa che dà senso di esistere alle aule di tribunali, e questo sono le regole.
Mi pare di comprendere che sia accusa che difesa vedono la necessità che ci siano delle regole.
Questa è chiaramente un’impostazione molto europea, perché se andiamo dall’altra parte dell’Atlantico qualcuno demonizza la presenza delle regole, le considera un ostacolo allo sviluppo del progresso. Ma il progresso dobbiamo anche governarlo, saperlo governare .
L’Unione Europea ha predisposto la prima legge sull’intelligenza artificiale, anche se poi sappiamo benissimo per esperienza che questo progresso ha incontrato degli ostacoli proprio in ragione del fatto che infrastrutturalmente noi siamo dipendenti da dei soggetti che le regole non le vogliono o comunque le nostre regole le disconoscono.
Volevo affrontare con voi brevemente i tre capi d’accusa che sono stati formulati, che sono sfidanti, ma che tecnicamente da un punto di di vista del diritto possono avere degli elementi di criticità.
Quello della manipolazione affettiva sistemica confonde, a mio avviso, tre piani differenti: quello ontologico, quindi che cos’è l’intelligenza artificiale; quello intenzionale, cosa vuole chi produce quel sistema di intelligenza artificiale; quello causale, cosa produce nei soggetti?
Mescolarli tutti questi argomenti consente di avere una narrazione emotivamente potente, ma logicamente presenta qualche fragilità e mi permetto di destrutturare questi argomenti introducendo anche un altro argomento che è quello politico.
L’accusa afferma che l’intelligenza artificiale simula reciprocità affettiva, senza poterla provare.
Questo è vero, lo sappiamo benissimo l’intelligenza artificiale, i sistemi di intelligenza artificiale, soprattutto che quella generativa, rispondono al nostro bisogno di validazione soprattutto nei casi di marginalizzazione di determinati soggetti vulnerabili.
Però tutta la cultura umana è una simulazione regolata, se ci pensiamo bene anche il romanzo stesso, un semplice romanzo vuole creare empatia con il proprio lettore.
Quindi la domanda che noi dobbiamo porci non è se questa relazione sia simmetrica .
La domanda reale è se il soggetto è consapevole della natura di questo di questo legame e se ne trae un beneficio o un danno.
Qui non abbiamo avuto prove certe di questo inganno sistematico sulla natura dell’interlocutore. Abbiamo soltanto visto delle prove di attaccamento.
L’accusa inoltre sostiene che l’ottimizzazione per l’engagement e il design conversazionale siano progettati per massimizzare l’attaccamento. Anche in questo caso, però non c’è una prova che questo sia vero.
E su questo mi soffermo perché se la questione è che l’intelligenza artificiale ci pone davanti a un io che non è umano, ma che si comporta come umano, pur non essendolo allora possiamo benissimo attraverso quella come dire quella metodologia regolamentare, introdurre una semplice regola semplicissima, vietare l’antropizzazione dell’intelligenza artificiale, evitare che i sistemi che vengono sviluppati possano presentarsi con caratteristiche umane, utilizzando forme di dialogo umane.
E’ una cosa molto semplice, tecnologicamente è possibile farlo perché abbiamo fatto passi ben più grandi.
Questa è una proposta che può andare nel senso di una.
Assoluzione con una libertà vigilata, vediamo di chiamarla così.
E poi i danni documentati non provano la fattispecie.
L’accusa ha citato casi di danni psichici in particolare sui minori sui soggetti fragili, ma manca l’analisi sui danni da mancato accesso. Per esempio non sappiamo quanto il mancato accesso all’intelligenza artificiale possa in realtà creare danni a sua volta.
Avevo detto che avrei introdotto l’argomento politico.
L’argomento politico è abbastanza semplice noi abbiamo parlato in realtà marginalizzate di soggetti fragili. È lì che bisogna che il soggetto decisore deve impegnarsi perché, come diceva prima il professore, la pratica democratica si regge sull’autorialità, se non vado errato.
Ma onestamente, io ritengo che la pratica democratica debba anche potersi fondare su dei criteri di solidarietà sociale che possano consentire allo Stato, così come lo conosciamo noi europei, di essere vicino e di sopperire ai bisogni, di dare una risposta ai bisogni dei soggetti che vivono condizioni di marginalità.
Partendo sempre da questo presupposto della pratica democratica, volevo affrontare invece il secondo capo d’accusa. Molto brevemente e a mio avviso la pratica democratica si deve reggere anche su una buona istruzione e quando parlo di istruzione faccio riferimento a tutte quelle pratiche che possano portare tutti i soggetti ad avere una capacità di discernimento tra ciò che è falso e ciò che non lo è, ciò che in realtà è vero.
E questo non deve avvenire soltanto in età scolare, perché sappiamo adesso che la popolazione non solo italiana. vive per la maggior parte fuori dalle scuole. La scuola è ormai lontano ricordo a causa dell’invecchiamento della popolazione, ma dobbiamo trovare nuovi elementi nuovi scenari nei quali possiamo impegnarci per fare un’opera di alfabetizzazione, non relegata soltanto all’ambito del lavoro o all’ambito della scuola. Deve diventare un compito sociale.
Concludo sull’ultimo capo d’accusa A parere della difesa l’adozione di questi sistemi di intelligenza artificiale nell’ambito bellico non va a smantellare quello che è l’impianto di Norimberga.
Perché quel tribunale ha stabilito tre principi fondamentali. Il primo che ci sono crimini contro l’umanità indipendentemente dal diritto nazionale. Il secondo è che gli ordini superiori non costituiscono un’esimente assoluta, e il terzo principio è che la responsabilità della catena di comando è solidale.
È proprio su quest’ultimo punto che vi invito a riflettere, perché lo statuto di Roma, all’articolo 28 stabilisce che i comandanti militari sono responsabili per i crimini commessi da forze sotto i loro controllo effettivo. E il comandante che autorizza il dispiegamento di un sistema d’arma autonomo ha esercitato una scelta morale e giuridica.
Chi ha disegnato quell’arma, chi l’ha pensata, chi l’ha sviluppata è responsabile allo stesso modo e, come ci diceva il professore Sacco, tutte queste decisioni sono molto più tracciabili rispetto a quelle decisioni che avvengono in un contesto di un combattimento bellico convenzionale o comunque prima della seconda guerra mondiale.
Perché se abbiamo la necessità di individuare chi è il responsabile del bombardamento di Dresda del 1945 il responsabile di quel bombardamento alla fine lo possiamo identificare.
E non lo possiamo identificare perché i piloti sganciavano delle bombe e le bombe uccidevano dei bersagli che non venivano identificati prima.
Quell’invito che ci faceva prima il professore è di fare in modo che le vittime civili delle guerre abbiano una loro dignità nell’avere un assassino identificabile. Purtroppo questa capacità l’abbiamo già smarrita da tempo ben prima dell’intelligenza artificiale.
Quindi avevo già anticipato prima quello che è la difesa può proporre al massimo può chiedere alla corte e alla giuria.
Una libertà vigilata, vigilata nel senso di una uno sviluppo di un sistema di regole che possa essere condiviso e che non vada a porsi in maniera ostile nei confronti di quei soggetti che vedono la regolamentazione come un ostacolo allo sviluppo della tecnologia e del genere umano nel suo complesso .
7. La Posizione della Giuria
La Giuria raccoglie la propria posizione ed Il professor Edwin Marley Ftcher he dà lettura.
Siamo giunti a dare una valutazione. Abbiamo votato con quattro a favore della colpevolezza di tutte e tre le imputazioni e due invece con un giudizio di innocenza.
Di fatto non c’è però una distinzione profonda tra gli uni e gli altri, perché quelli che sono a favore della colpevolezza dicono che è indispensabile garantire sempre una presenza di guida umana in come nascono e si sviluppano questi sistemi. E che questo deve avvenire entro regole definite in assenza delle quali il giudizio non può che essere colpevole.
Dall’altra parte c’è la constatazione che invece questo è un fenomeno in moto che comunque procede, che deve crescere, che non possiamo sfuggire di fronte ad esso. E’ un po’ come il famoso filosofo Tyson che diceva che quando si riceve un pugno le cose cambiano.
Quindi qui c’è un pugno che arriva su questa cosa, bisogna fare attenzione, e poi c’è anche l’osservazione che di fatto manca l’imputato.
Perché ci sono dei capi di imputazione per tre cose, ma chi è imputato appunto è un fenomeno. Non abbiam voluto scendere nell’esame di quali sono i soggetti che fanno queste varie cose e le diversità tra questi soggetti che sono molto molto importanti .
C’è Valentir, c’è OpenAI, c’è Tropic, c’è Google Deep Mind, c’è un insieme di cose che si muovono in questo contesto che sono diverse.
Quindi la valutazione che dovrebbe passare è in dubio pro reo perché non essendoci l’imputato con chiarezza, fare un decreto, una delibera di colpevolezza diventa difficile.
Ci sono tante cose che possono essere dette qui. Una cosa importante è quella di evitare l’antropizzazione ma dall’altra parte ci sono alcuni degli sviluppi più recenti che vengono nell’ambito del dell’intelligenza artificiale in cui si parla di un’intelligenza che non viene costruita, ma che cresce che costituisce una entità, una forma mentis in qualche modo, qualche cosa che sta avvenendo fuori e che quindi ha una sua personalità .
8. Giudizio della Corte
Si rammenta che la posizione della giuria non è vincolante per la corte.
Il collegio unificati i tre capi di imputazione rilevato che l’IA non è dotata di coscienza e volontà essendo uno strumento tecnologico creato dall’uomo e per l’uomo; ritenuto che l’uso di sistemi e modelli di AI è consentito dalle leggi vigenti nel rispetto dei principi di trasparenza, responsabilità non delegabile, tracciabilità dei contesti informativi; preso atto delle determinazioni della giuria assolve l’intelligenza artificiale. Richiama i regolatori alla loro responsabilità di vigilanza sul rispetto delle regole già vigenti in materia di autonomia e potere decisionale dell’essere umano e sull’adozione di tutte le misure idonee a garantire un utilizzo sicuro e consapevole dei diversi sistemi.
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