Il problema delle fake news nei sistemi democratici occidentali

di Benedetta Frucci -

1.1 Il diritto all’informazione nei sistemi democratici occidentali
Tutti i sistemi democratici occidentali, aderendo a principi liberali, tutelano il diritto all’informazione: esso è contenuto, in svariato modo, in elenchi di diritti, che siano Costituzioni o cataloghi sovranazionali, come ad esempio la Carta Europea dei diritti dell’Uomo.
Esplicando la natura di tale diritto, si può senz’altro notare come esso sia biunivoco: da un lato, comprende la libertà di espressione del pensiero, dall’altro, il diritto ad essere informati. Due declinazioni che, se nell’era pre-digitale vedevano un’espansione della seconda ai danni della prima, hanno oggi una prospettiva, se non ribaltata, comunque parificata. Con il severo rischio, causato dalla diffusione delle cosiddette fake news, che la seconda venga compressa. Attraverso la diffusione di internet, con i primi forum, i blog e poi oggi i social network, la libertà di manifestazione del pensiero si è infatti espansa a dismisura, consentendo a chiunque disponga di un accesso a internet di esporre il proprio credo. Accesso che ha anche travolto di informazioni l’utente, non più legato alla cadenza giornaliera dei quotidiani o oraria dei tg, ma adesso in grado di reperire notizie a qualunque ora e ovunque si trovi.
Analizzando il primo aspetto, vale a dire la libera espressione del pensiero, è pacifico che essa sia espressamente garantita in tutte le Costituzioni. In Italia, rientra a pieno nell’art. 21 della Costituzione, lo si ritrova poi nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali all’art. 10, nell’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e ancora nel Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.
Al contrario, il diritto ad essere informati non è- o meglio non è stato fino a poco tempo fa- così pacificamente riscontrato in tutte le Carte. La Costituzione italiana ad esempio, non lo cita espressamente, al contrario della Cedu o della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, o ancora della legge Fondamentale tedesca del 1948. Alcuni studiosi, hanno infatti ritenuto che tale elemento non fosse un vero e proprio diritto, ma un mero interesse . Lettura, ad avviso di chi scrive, niente affatto condivisibile, in quanto appare consequenziale come la piena libertà di espressione del pensiero si esplichi solamente se si ha a disposizione l’informazione. Citando forse impropriamente Platone, l’uomo nella caverna non potrà dare un giudizio sull’ambiente esterno, se non lo conosce. Potrà semmai basarsi su un racconto, o su una sensazione, che però, se non verificata, potrà distorcere la sua percezione e portarlo, per esemplificare, a voler restare chiuso nella caverna, supponendo che l’esterno sia un luogo terribile, quando al contrario è l’Eden. Di qui, un ulteriore corollario si fa a mio avviso necessario: quello non solo del diritto ad essere informati, ma anche a quello di esserlo correttamente. Un punto su cui torneremo in seguito.
Non c’è dubbio quindi che anche la Costituzione italiana, riconosca il diritto all’informazione e che anzi, “funzionali all’effettività dell’esercizio della libertà di pensiero appaiano proprio gli strumenti dell’informazione. In questo contesto va collocato l’art. 21 della Costituzione, perché la circolazione delle informazioni è il presupposto per realizzare una democrazia dell’informazione che coinvolga tutti i soggetti su un piano di effettiva uguaglianza e di pari dignità sociale e umana.”
Tale diritto, si intreccia poi con l’essenza della democrazia, poiché tocca l’esercizio del diritto di elettorato attivo: il voto non informato è infatti un voto inconsapevole e quindi un restringimento dell’area in cui tale diritto si espande e delinea.
Fatte tali doverose premesse, ci si può ben rendere conto di come l’avvento delle tecnologie digitali e in particolar modo dei social network abbia, come si accennava in apertura, creato sì l’allargamento delle possibilità per il singolo di esprimersi, ma anche la compressione del diritto all’informazione, inteso senza ombra di dubbio come diritto ad essere correttamente informati, poichè l’accesso avviene senza alcun filtro. Questo ha portato, inevitabilmente, alla diffusione di Fake News in quantità fuori controllo, mettendo quindi a rischio anche la tenuta stessa dei sistemi di democrazia che potrebbero- il condizionale è doveroso- distorcere la percezione dell’elettore e spingerlo a votare un certo candidato, o ancora ancora essere usate da Stati stranieri come mezzo di destabilizzazione o condizionamento delle campagne elettorali.
1.2 Le risposte possibili
Come possono, alla luce di quanto detto, le democrazie occidentali difendersi dal fenomeno delle Fake News?
Innanzitutto, partendo da una consapevolezza: i sistemi democratici sono senz’altro più deboli di quelli totalitari nelle risposte problemi e sfide riguardanti la sicurezza, l’ordine pubblico, la repressione degli illeciti. Le pastoie infatti, sono costituite dagli stessi principi e diritti su cui si basano. Questo però, non significa che non abbiano strumenti di tutela. Tali strumenti, consistono nei limiti, ovviamente costituzionalizzati, che i diritti hanno in Occidente. Tali limiti, codificano semplicemente un bilanciamento fra diritti: ad esempio, il diritto alla libertà di espressione può essere limitato e compresso, in precise circostanze, se esso va a nocimento di altri diritti. Così, la lesione della reputazione e il diritto di cronaca, il segreto di Stato e la sicurezza nazionale o semplicemente, il silenzio elettorale. Se tali regole e tali bilanciamenti si applicano per tutte le forme di comunicazione, perché non dovrebbero poter essere applicate al web? Le difficoltà tecniche sono senz’altro in molti casi enormi, ma in altri casi, molto semplici, come ad esempio l’irrogazione di una sanzione al leader che nella propria pagina Facebook violasse il silenzio elettorale.
La necessità di normare l’internet, dovrebbe essere quindi un passaggio, per quanto tecnicamente complicato, almeno giuridicamente e politicamente assodato. Perché infatti, un social network dovrebbe avere regole meno stringenti di un’emittente televisiva, anch’essa privata?
Bloccare la diffusione di fake news, appare però molto più complesso. Mentre si potrebbe limitare- ma non eliminare- la difficoltà di punire chi commette reati sul web, attraverso un’identità digitale o più banalmente obbligando gli hosting provider, come già fa Airbnb, a richiedere un documento d’identità all’atto dell’iscrizione, tale misura non sarebbe altrettanto efficace nei confronti delle fake news. Né tanto meno, sarebbe possibile configurare come reato la fabbricazione di una notizia falsa, poiché, se per la legge vale il corollario ignorantia legis non excusat, non è altrettanto vero per ciò che riguarda le notizie. Lo strumento sanzionatorio, potrebbe essere casomai di natura amministrativo pecuniaria e circoscritto a chi fa della fabbricazione di fake news una vera e propria attività dolosa. Il problema però, resterebbe quello della rintracciabilità dell’autore. La Blockchain potrebbe dare, forse, un aiuto significativo in tal senso, utilizzandola per tracciare la propagazione dei contenuti. Così come la classificazione delle notizie da parte di una commissione di esperti. Ma resterebbe un problema invalicabile: chi decide ciò che è falso e cosa non lo è? Gli interrogativi sono aperti. Un primo importante e a mio avviso efficace passo, dovrebbe a parere di chi scrive sfruttare e non limitare la potenza di diffusione delle campagne web. Gli Stati potrebbero cioè investire in maxi campagne di informazione finalizzate ad aiutare i cittadini a distinguere le fake news dalle notizie veritiere. Potrebbero essere coinvolti, in un’ottica sussidiaria, gruppi d’interesse e grandi aziende, nell’ottica di vere e proprie campagne di advocacy. Piani simili e più strutturati, potrebbero essere proposti nelle scuole, attraverso programmi mirati.
Qualunque sarà la risposta che le democrazie intenderanno dare al fenomeno, essa dovrà arrivare rapidamente ma anche essere ben bilanciata.
“Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti”, scriveva Karl Popper ne “La società aperta e i suoi nemici”. Perchè se è vero che la democrazia è per sua natura una società aperta, essa deve anche proteggersi dal rischio di essere rovesciata e quindi dominata da frange di estremisti, che potrebbero, come le esperienze del Novecento ci ricordano tristemente, distruggerla.

BIBLIOGRAFIA
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