Pratiche sessuali sui social, violenze sessuali e accertamento della responsabilità [Corte di Cassazione – Sezione III – Sentenza 2 luglio – 8 settembre 2020, n. 25266]

di Francesco Giuseppe Catullo -

 

Perfeziona la fattispecie di violenza sessuale la condotta consistente nell’invio di una serie di messaggi Whatsapp  allusivi e sessualmente espliciti ad una minorenne, costringendola a realizzare selfie dai contenuti intimi da inviare al soggetto agente, con la minaccia di pubblicare la chat su un social network. 

Corte di Cassazione – Sezione III – Sentenza 2 luglio – 8 settembre 2020, n. 25266

(Presidente Rosi – Relatore Macrì)

…omissis…

Ritenuto in fatto

  1. Con ordinanza in data 9 gennaio 2020 il Tribunale del riesame di Milano ha confermato l’ordinanza del 17 dicembre 2019 del Giudice per le indagini preliminari di Pavia che aveva applicato a Ni. Ma. la misura della custodia cautelare in carcere per il reato di violenza sessuale.
  2. Con il primo motivo di ricorso l’indagato deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in ordine ai gravi indizi di colpevolezza. Ricorda di essere indagato per violazione del reato di cui agli art. 81 cpv, 609-bis e 609-ter cod. pen. per aver scritto una serie di messaggi di whatsapp allusivi e sessualmente espliciti ad una ragazza, minore di età, costringendola a scattarsi foto e ad inoltrare una foto senza reggiseno nonché a ricevere una foto ritraente il membro maschile e commentarla, sotto la minaccia di pubblicare la chat su instagram e su pagine hot.

Eccepisce la violazione di legge perché i Giudici del riesame non avevano fatto buon governo dei principi normativi di cui agli art. 609-bis, 609-ter e 609-undecies cod. pen. Osserva che il fatto non era sussumibile sotto l’art. 609-bis, ma, al limite, sotto l’art. 609-undecies cod. pen. Mancava l’atto sessuale, seppur allo stadio del tentativo, non essendo avvenuto alcun incontro tra lui e la presunta persona offesa. Pur ammettendo le conversazioni, aveva negato di averla indotta a pratiche di autoerotismo o altre pratiche sessuali via chat. Non vi era stata alcuna proposta di incontro o di sesso via chat. La condotta illecita si era limitata all’invio di una propria foto nuda, invitando la ragazza ad un commento, nonché alla ricezione di una foto della ragazza senza reggiseno. Pertanto, non era stata intaccata l’integrità psico-fisica della minore, secondo il corretto sviluppo della sua sessualità, quale bene giuridico tutelato dalla norma in contestazione. Ribadisce che la sua condotta poteva al limite essere ricondotta nell’alveo dell’art. 609-undecies cod. pen. per aver adescato la minore allo scopo di commettere il reato di cui all’art. 600-bis cod. pen., con minaccia e mediante l’utilizzo della rete internet o di altri mezzi di comunicazione. Era escluso l’abuso sessuale, anche a livello di tentativo, e così il child grooming, cioè la pratica di adescamento di un soggetto minorenne in internet, tramite tecniche psicologiche volte a superarne le resistenze ed ottenerne la fiducia, per abusare sessualmente. La condotta tenuta dall’indagato non aveva intaccato la sfera sessuale della minore per assenza di una qualsivoglia richiesta di rapporto sessuale volta al soddisfacimento dei propri impulsi. Ritiene erroneamente applicati i principi di diritto desumibili dalla giurisprudenza citata nell’ordinanza impugnata.

Con il secondo denuncia la violazione di legge ed il vizio di motivazione in rapporto alle esigenze cautelari. I Giudici del riesame non avevano spiegato come potesse darsi alla fuga, se sottoposto agli arresti domiciliari. Ed invero, a seguito della perquisizione domiciliare del 30 settembre 2019, era rientrato dall’estero, evidentemente avvisato dai propri genitori, proprio per sottoporsi all’esecuzione della misura cautelare.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è infondato.

Nell’ordinanza impugnata si è precisato che nell’interrogatorio di garanzia l’indagato aveva ammesso i fatti e si è respinta la ricostruzione giuridica proposta dalla difesa secondo cui, in assenza di incontri con la persona offesa o di induzione a pratiche di autoerotismo o altre pratiche sessuali via chat, sarebbe difettato l’atto sessuale volto al soddisfacimento dei propri impulsi, potendo la condotta ricondursi, al limite, nell’alveo dell’art. 609-undecies o 600-bis cod. pen.

Il Tribunale del riesame ha ricordato che la violenza sessuale risultava pienamente integrata, pur in assenza di contatto fisico con la vittima, quando gli atti sessuali coinvolgessero la corporeità sessuale della persona offesa e fossero finalizzati e idonei a compromettere il bene primario della libertà individuale nella prospettiva di soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale. Nello specifico, ha ravvisato i gravi indizi di colpevolezza del reato contestato nell’induzione allo scambio di foto erotiche, nella conversazione sulle pregresse esperienze sessuali ed i gusti erotici, nella crescente minaccia a divulgare in pubblico le chat.

La decisione è solida e ben motivata, in linea con la giurisprudenza di legittimità, sebbene in taluni casi condotte siffatte sono state sussunte sotto la forma del tentativo.

Ed invero, Cass., Sez. 3, n. 8453 del 14/06/1994, Mega, Rv. 198841 – 01 ha qualificato come tentativo di violenza carnale (e non come diffamazione aggravata) il fatto di chi, minacciando – e poi attuando la minaccia – di inviare ai parenti di una donna foto compromettenti scattate in occasione di incontri amorosi con lei precedentemente avuti, tenti di costringerla ad ulteriori rapporti sessuale, non rilevando l’assenza di qualsivoglia approccio fisico, in quanto con l’effettuazione della minaccia, diretta a costringere la persona offesa alla congiunzione, iniziava comunque l’esecuzione materiale del reato; analogamente Cass., Sez. 3, n. 12987 del 03/12/2008 (dep. 2009), Brizio, Rv. 243090 – 01, secondo cui, ai fini della configurabilità del tentativo di atti sessuali con minorenne nel caso in cui il contatto tra il reo ed il minore avvenga mediante comunicazione a distanza, è necessario accertare, da un lato, l’univoca intenzione dell’agente di soddisfare la propria concupiscenza e, dall’altro, l’oggettiva idoneità della condotta a violare la libertà di autodeterminazione sessuale della vittima (fattispecie in cui il reo aveva inviato a mezzo telefono cellulare un SMS ad un minore nel tentativo di indurlo a compiere sulla propria persona atti di autoerotismo).

Più recentemente Cass., Sez. 3, n. 19033 del 26/03/2013, L, Rv. 255295 – 01 ha affermato, con ampi riferimenti alla giurisprudenza già formatasi sul tema, che nella violenza sessuale commessa mediante strumenti telematici di comunicazione a distanza, la mancanza di contatto fisico tra l’autore del reato e la vittima non è determinante ai fini del riconoscimento della circostanza attenuante del fatto di minore gravità. Ha ravvisato l’integrazione del reato di cui all’art. 609-quater cod. pen. nella condotta di richiesta ad un minorenne, nel corso di una conversazione telefonica, di compiere atti sessuali, di filmarli e di inviarli immediatamente all’interlocutore, non distinguendosi tale fattispecie da quella del minore che compia atti sessuali durante una video-chiamata o una video-conversazione, Cass., Sez. 3, n. 17509 del 30/10/2018, dep. 2019, D., Rv. 275595 – 01.

Nello specifico il Tribunale del riesame ha valorizzato anche gli aspetti di contesto sulla persistente dolosa strumentalizzazione dell’inferiorità della vittima da parte dell’agente (Cass., Sez. 3, n. 15412 del 20/09/2017, dep. 2018, C, Rv. 272549).

Benché il difensore abbia precisato in udienza che il suo assistito era stato sottoposto agli arresti domiciliari, un’ultima considerazione va spesa sull’adeguatezza della misura cautelare, la rinuncia del motivo a verbale non essendo rituale.

Osserva il Collegio che gli argomenti usati dai Giudici del riesame – la circostanza che l’indagato avesse perpetrato le stesse condotte nei confronti di altre minori, dimostrando di non saper controllare le proprie pulsioni, di lavorare all’estero e di non essere rientrato specificamente per consegnarsi alle forze dell’ordine, di poter continuare a minacciare le vittime nonché reiterare le condotte delittuose a mezzo l’uso di strumenti informatici – sono logici e razionali ed hanno ben giustificato la conferma della misura della custodia cautelare in carcere.

Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

IL COMMENTO

Il fatto posto in essere dal ricorrente potrebbe essere sintetizzato in quattro fasi:

  • nello scrivere una serie di messaggi Whatsapp allusivi e sessualmente espliciti all’indirizzo di una minore;
  • nell’inviare via Whatsapp alla medesima minore una foto riproducente l’organo sessuale maschile con la richiesta di esprimere un commento;
  • nel ricevere un selfie della minore senza reggiseno;
  • nel costringere la medesima ad inviargli ulteriori foto personali dal contenuto intimo, sotto la minaccia di pubblicare la chat di cui al punto 1) su Istagram e su pagine hot.

Per la Terza Sezione penale, la condotta sopra descritta, nel solco già tracciato dalla giurisprudenza di legittimità, andrebbe sussunta sotto la fattispecie di Violenza sessuale ex art 609 bis c.p. La Corte ha ritenuto solida e ben motivata la decisione impugnata emessa dal Tribunale del riesame di Milano che aveva ritenuto sussistente la fattispecie in disamina in quanto gli atti sopra descritti, pur in assenza di contatti fisici, avevano coinvolto la corporeità sessuale della minore ed erano idonei a compromettere la sua autodeterminazione sessuale, nella prospettiva di soddisfare la concupiscenza del ricorrente.

Sempre nella sentenza impugnata, si afferma che il Tribunale del riesame ha valorizzato anche gli aspetti del contesto in cui si sarebbe consumato il fatto, mettendo in evidenza la strumentalizzazione da parte dell’agente dell’inferiorità della vittima.

Tre risultano i punti fermi nell’accertamento di un reato di violenza sessuale:

  1. l’atto sessuale rilevante ex art. 609 bisp. può prescindere dal contatto fisico tra agente e vittima;
  2. per comprendere la valenza sessuale dell’atto, bisogna verificare il contesto in cui si è manifestato;
  3. per la sussistenza dell’elemento psicologico, è sufficiente che il soggetto agente si rappresenti la valenza sessuale dell’atto posto in essere, prescindendo dalle sue effettive intenzioni.

Anche in questo caso, vale la considerazione che il progresso della tecnologia da una parte ha ampliato le occasioni in cui la personalità può manifestarsi liberamente, ma dall’altra ha facilitato la commissione di nuove modalità di lesione. Alla possibilità di dedicarsi a pratiche intime a distanza, corrisponde la medesima possibilità di consumare da remoto fatti pregiudizievoli per l’autodeterminazione sessuale.

La fattispecie astratta risulta la stessa, mentre i fatti da sussumere acquisterebbero valenze differenti a seconda dei contesti in cui prendono forma. Gli aspetti differenziali tra una violenza sessuale consumatasi nella realtà materiale, rispetto a quella perfezionatasi digitalmente, inciderebbero anche nelle rispettive fasi di accertamento giudiziale.

In un contesto analogico, la possibilità di intrattenere rapporti sessuali e nel suo aspetto degenerativo compiere violenze ai sensi dell’art. 609 bis c.p., richiede il superamento di determinati ostacoli che nel loro avvicendarsi possono lasciare tracce poche evidenti o equivoche in merito alla disponibilità di ciascun partner a condividere o meno l’intimità. Nell’ambito digitale, invece, alla facilità di approcciarsi a fini sessuali con un interlocutore e alla contestuale superficialità nel verificare la disponibilità di quest’ultimo a iniziare o proseguire un’iniziativa intima virtuale, corrisponde però una maggiore chiarezza in merito all’individuazione della prova che delimita il lecito dall’illecito.

Nella dimensione virtuale, il soggetto che agisce al fine del compimento di un atto sessuale lascia una serie di tracce documentali. Ogni fase della sua iniziativa viene stigmatizzata da un’iscrizione o da un’immagine. La ricostruzione del significato della condotta non partirà da una testimonianza, ma da documenti. Nel caso di specie: la foto inviata dall’agente alla vittima; la foto inoltrata da quest’ultima al primo; gli estratti delle comunicazioni con cui il ricorrente ha minacciato la minore; il mancato riscontro da parte della vittima alle richieste minacciose di cui al punto precedente; la formalizzazione della querela.

L’indagine verterà prima sull’attribuzione di un valore oggettivamente sessuale all’atto posto in essere dall’agente con la propria condotta cosciente e volontaria, facendo riferimento a canoni scientifici e culturali e verificando se le immagini o i contenuti sopra citati e la relazione delle prime con i secondi risultino astrattamente idonei a soddisfare il piacere sessuale del soggetto agente. Poi, sulla constatazione che la minaccia profferita dal ricorrente nei confronti della minore sia stata idonea a coartare la libera determinazione di quest’ultima.

Concludendo: le comunicazioni via social hanno ampliato la possibilità di offendere la libertà sessuale, la tecnologia sottesa ad essi, però, ha reso più facilmente intercettabili ed accertabili in giudizio i fatti di violenza sessuale perfezionatisi da remoto.