Pec, improcedibilità e sottoscrizione autografa delle ricevute [Cass. Civ., Sez. VI, 3 maggio 2019, n.11602]

di Maurizio Reale -

E’ improcedibile il ricorso notificato a mezzo PEC, ove le stampe cartacee delle ricevute della notificazione telematica siano sprovviste della necessaria attestazione di conformità con sottoscrizione autografa del difensore richiesta dalla L. n. 53 del 1994, art. 9, commi 1-bis e 1-ter.
La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11602 del 3 maggio 2019, dichiara l’improcedibilità del ricorso posto che dello stesso, notificato tramite PEC, non veniva data la prova dell’avvenuta notifica come richiesta dalla L. n. 53 del 1994 essendo carente dell’attestazione di conformità, non potendosi nel caso di specie, applicare la recente decisione n. 8312 del 2019 delle Sezioni Unite.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE
SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –
Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –
Dott. RUBINO Lina – Consigliere –
Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –
Dott. D’ARRIGO Cosimo – rel. Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
ORDINANZA
sul ricorso iscritto al n. 14288-2016 R.G. proposto da:
OMISSIS, in persona del Responsabile del Contenzioso Esattoriale, elettivamente domiciliata in Roma, Viale OMISSIS, presso lo studio dell’avvocato OMISSIS, che la rappresenta e difende;
– ricorrente –
contro
OMISSIS;
– intimate –

avverso la sentenza n. 24642/2015 del Tribunale di Roma, depositata il 10/12/2015;
letta la proposta formulata dal Consigliere relatore ai sensi degli artt. 376 e 380-bis c.p.c.;
letto il ricorso;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata dell’8 novembre 2018 dal Consigliere Dott. Cosimo D’Arrigo.
Svolgimento del processo
OMISSIS proponeva opposizione avverso una cartella di pagamento emessa dall’agente di riscossione OMISSIS in relazione a sanzioni amministrative per violazione del C.d.S. riscontrate da OMISSIS. Il Giudice di pace di Roma accoglieva l’opposizione, disponendo però la compensazione delle spese processuali sul presupposto che vi fosse incertezza circa l’effettiva notificazione del verbale di accertamento.
La OMISSIS appellava tale decisione innanzi al Tribunale di Roma, censurando la statuizione relativa alla compensazione delle spese di lite. Integrato il contraddittorio anche nei confronti dell’agente di riscossione, il Tribunale di Roma accoglieva l’appello e, in parziale riforma della decisione di primo grado, condannava OMISSIS e OMISSIS, in solido fra loro, al pagamento delle spese del giudizio di primo grado, nonchè di quelle d’appello, entrambe distratte in favore del difensore di fiducia.
Tale sentenza è stata fatta oggetto di ricorso per cassazione, articolato in tre motivi, da parte di OMISSIS Le parti intimate non hanno svolto attività difensiva.
Il consigliere relatore, ritenuta la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 380-bis c.p.c. (come modificato dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, comma 1, lett. e), conv. con modif. dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197), ha formulato proposta di trattazione del ricorso in camera di consiglio non partecipata.
Motivi della decisione
In considerazione dei motivi dedotti e delle ragioni della decisione, la motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata.
In via preliminare va rilevata l’improcedibilità del ricorso.
Il ricorso è stato notificato alla controparte a mezzo PEC, ma le stampe cartacee delle ricevute della notificazione telematica sono sprovviste della necessaria attestazione di conformità con sottoscrizione autografa del difensore richiesta dalla L. n. 53 del 1994, art. 9, commi 1-bis e 1-ter. Sul punto sono intervenute le Sezioni unite, precisando che il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica del ricorso per cassazione predisposto in originale telematico e notificato a mezzo PEC, senza attestazione di conformità del difensore L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, o con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non ne comporta l’improcedibilità ove il controricorrente (anche tardivamente costituitosi) depositi copia analogica del ricorso ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale notificatogli del D.Lgs. n. 82 del 2005, ex art. 23, comma 2. Viceversa, ove il destinatario della notificazione a mezzo PEC del ricorso nativo digitale rimanga solo intimato (così come nel caso in cui non tutti i destinatari della notifica depositino controricorso) ovvero disconosca la conformità all’originale della copia analogica non autenticata del ricorso tempestivamente depositata, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità sarà onere del ricorrente depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio (Sez. U, Sentenza n. 22438 del 24/09/2018, Rv. 650462 – 01).
Nel caso di specie entrambe le parti intimate non hanno resistito con controricorso, assumendo quella condotta “sanante” del difetto di conformità che le Sezioni unite hanno ritenuto sufficiente a scongiurare l’improcedibilità del ricorso. Pertanto, avrebbe dovuto essere onere della ricorrente produrre – in vista dell’odierna adunanza – l’asseverazione di conformità mancante.
In difetto, il ricorso deve essere dichiarato improcedibile.
Ciò posto, non è superfluo osservare che, pure qualora la ricorrente avesse posto rimedio alla causa di improcedibilità del ricorso, quest’ultimo sarebbe risultato comunque manifestamente infondato.
Con il primo motivo si deduce il vizio di motivazione in ordine alla sussistenza dei presupposti fattuali che il Giudice di pace aveva posto a fondamento della decisione di compensare le spese processuali. Il motivo è inammissibile, in quanto il vizio di motivazione non è più previsto – dal riformato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, quale motivo di ricorso per cassazione.
Con il secondo motivo si deduce la violazione dell’art. 112 c.p.c., in quanto il giudice d’appello avrebbe pronunziato oltre i limiti di ciò che veniva richiesto dall’appellante. In particolare, la decisione impugnata sarebbe fondata sulla circostanza che la C., nel proporre opposizione alla cartella di pagamento, ne avesse dedotto l’esistenza di vizi formali, circostanza asseritamente non rispondente al vero.
Il motivo è inammissibile per difetto di specificità, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, giacchè la società ricorrente non riferisce in modo puntuale quale fosse l’effettivo contenuto dell’opposizione inizialmente proposta dalla C.. Il motivo è pure infondato, in quanto si incentra su una questione che non rappresenta una specifica ratio decidendi della sentenza impugnata.
Il Tribunale, in funzione di giudice d’appello, si pose il problema di verificare la sussistenza dei presupposti per la condanna solidale dell’ente impositore e dell’agente di riscossione. Pervenne a conclusione affermativa sostenendo che l’opposizione riguardasse non solo l’attività dell’ente impositore, ma anche quella dell’agente di riscossione, poichè l’opposizione era stata proposta avverso la cartella di pagamento.
La società ricorrente non ha contestato l’asserzione relativa all’affermazione del vincolo di solidarietà passiva fra la stessa e Roma Capitale, sicchè tale capo della sentenza risulta oramai definitivo. Stante la definitività di tale statuizione, la denuncia del vizio di ultrapetizione, nei termini in cui è illustrato in ricorso, risulta sprovvista di un effettivo interesse ad agire.
Si tratta, peraltro, di una decisione in linea con il più recente orientamento di questa Corte, secondo cui, in tema di esecuzione esattoriale, la circostanza che, a seguito di opposizione, risulti l’illegittimità dell’azione esecutiva per ragioni ascrivibili all’ente creditore interessato, non integra motivo di esclusione della condanna alle spese di lite nei confronti dell’agente della riscossione nè, in sè considerata, di compensazione delle stesse, ferma restando la facoltà dell’agente della riscossione di chiedere all’ente creditore di essere manlevato dall’eventuale condanna alle spese in favore del debitore vittorioso (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3105 del 06/02/2017, Rv. 642749). Ma vi è di più. In realtà, il vizio di ultrapetizione è configurabile, in relazione al giudizio d’appello, solo qualora la sentenza di primo grado venga riformata in senso diverso da quello richiesto dall’appellante o in ordine a capi non impugnati in modo esplicito o implicito. Nel caso in esame, invece, il tribunale ha riformato, nel senso richiesto dalla C., esattamente il capo della decisione del giudice di pace che costituiva oggetto di impugnazione, talchè il denunziato vizio non sussiste.
Con il terzo motivo si deduce la violazione degli artt. 91, 92 e 97 c.p.c., nella parte in cui il giudice d’appello ha ritenuto di applicare il principio di soccombenza, senza considerare la correttezza della motivazione adottata dal giudice di primo grado.
Anche questo motivo è manifestamente infondato, in quanto rientrava certamente fra i poteri del giudice d’appello quello di entrare nel merito della sussistenza dei presupposti per la compensazione delle spese processuali, pervenendo a conclusioni difformi da quelle del giudice di primo grado, senza che a ciò ostasse la circostanza che i fatti posti a fondamento della decisione riformata fossero veri.
Su tali cause di inammissibilità e di manifesta infondatezza prevale, comunque, il rilievo di improcedibilità evidenziato in via preliminare. Non si fa luogo alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità, in quanto le parti intimate non hanno svolto attività difensiva. Ricorrono invece altresì i presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, sicchè va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, di un ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello già dovuto per l’impugnazione da lei proposta.
P.Q.M.
dichiara improcedibile il ricorso.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.
Così deciso in Roma, il 8 novembre 2018.
Depositato in Cancelleria il 3 maggio 2019