L’estrapolazione di immagini da un sistema di videosorveglianza non rientra nell’ambito operativo dell’art. 360 c.p.p. [Cass. Pen., Sez. VI, 10 aprile 2019 n. 15838]

di Marco Pittiruti -

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15838/19, torna a prendere posizione su alcuni temi cruciali con riferimento all’acquisizione e all’utilizzabilità della digital evidence.
Nel caso di specie, all’imputato, giornalista di una nota testata nazionale, era stata contestata la sottrazione, presso la cancelleria del Giudice per le Indagini Preliminari di Trani, di una richiesta di autorizzazione all’utilizzazione di comunicazioni e conversazioni relative ad un parlamentare.
L’architrave d’accusa si fondava sulle immagini del sistema di videosorveglianza in uso al Tribunale e alla Procura della Repubblica di Trani, estrapolate da personale dell’ufficio mediante inserimento in un usb-drive e masterizzazione su supporto DVD. Secondo la prospettazione difensiva, tuttavia, alla mancata attivazione del contraddittorio di cui all’art. 360 c.p.p. per la clonazione bit-to-bit¬ dell’hard disk contenente i dati di interesse investigativo doveva conseguire l’inutilizzabilità di tutto il materiale raccolto. In effetti, le immagini “originali” venivano sovrascritte qualche giorno dopo, con conseguente impossibilità per la difesa di accertare la sequenza cronologica dei fatti.
A tale proposito, i giudici di legittimità hanno aderito a quell’orientamento secondo cui deve escludersi tout court che l’estrazione di copia di un file dal computer rientri nell’ambito operativo dell’art. 360 c.p.p. E ciò in quanto il progresso tecnologico consentirebbe, ormai, di acquisire simili dati mediante operazioni meramente esecutive e materiali.
Più in dettaglio, secondo la Corte, parlare di “copie” con riferimento alle immagini estratte da un sistema di videoregistrazione sarebbe persino improprio: più corretto definirla una “estrapolazione dei documenti in formato digitale che riproducano persone o cose”, riconducibili all’istituto della prova documentale. Ne consegue, quale corollario, che i problemi connessi alla eventuale non genuinità di tali documenti sono estranei al tema dell’inutilizzabilità, dovendo, piuttosto, il giudice verificare che non vi sia stata manipolazione.
Del resto – sottolinea la Corte – eventuali condotte scorrette in tema di acquisizione del dato informatico non possono comunque rilevare ai sensi dell’art. 191 c.p.p. Con ciò aderendo al maggioritario orientamento invalso in sede di legittimità, secondo cui l’endiadi non alterazione e genuinità, in tema di digital evidence, non è tutelata da alcuna previsione sanzionatoria.

* Un commento più esteso sarà pubblicato a nome di Elisa Lorenzetto, sul fascicolo 3 della Rivista cartacea