La valutazione della diffamatorietà delle recensioni on-line [Tribunale di Roma 21.09.2020]

di Sabrina Peron e Anna Maria Stein -

 

Il Tribunale di Roma, sezione civile, con la recente ordinanza del 21.09.2020 pronunciata in via d’urgenza, si è occupato della delicata questione dei limiti della libertà di espressione con riguardo alla pubblicazione di una recensione su una piattaforma on-line (Google My Business) a ciò dedicata. Limiti che sono stati valutati in bilanciamento con il contrapposto diritto alla reputazione  del soggetto che si riteneva leso (in questo caso nella sua declinazione di reputazione commerciale di una struttura sanitaria privata).

Sul punto, anzitutto, è noto che essendo la recensione una forma di critica non è certo compito del giudice valutare la bontà metodologia della recensione, dovendo invece verificare se la legittima espressione di aperto dissenso o disfavore che è stata espressa, non si concreti in una  invettiva del tutto gratuita e lesiva, o nella rappresentazione di circostanze false e a volte anche preordinate a danneggiare agli occhi del pubblico una determinata attività commerciale o professionale. Al di fuori di tale ambito proprio la natura stessa della recensione sono ammesse coloriture, iperboli, toni aspri e polemici, linguaggio figurato o gergale, a condizione che tali modalità espressive siano proporzionate e funzionali all’opinione espressa o alla protesta manifestata.

In secondo luogo, il giudice capitolino ribadisce la linea di demarcazione esistente tra il giornalista e l’utente che pubblica un post su un portale o su un social network. Quest’ultimo difatti non ha i medesimi oneri informativi di un giornalista professionista, stante anche la loro radicale diversità, per ruolo, funzione, formazione, capacità espressive, spazio divulgativo e relativo contesto.

In terzo luogo, infine, il Tribunale di Roma ha tenuto presente che il soggetto che esercita un servizio offerto indiscriminatamente al pubblico, accetta implicitamente il rischio che la sua attività commerciale non incontri il favore della clientela. Questa, , ben può essere insoddisfatta dei servizi ricevuti o dei prodotti acquistati, esprimendo così giudizi poco lusinghieri. Giudizi che potranno legittimamente esprimersi anche senza il rigore tecnico espressivo richiesto invece ai giornalisti.

Sulla scorta di tali “linee-guida”, dopo aver effettuato una analitica valutazione dei giudizi negativi sottoposti alla sua attenzione, ha giudicato legittime, nella sostanza e nella forma, espressioni quali: “impreparati, burini, spocchiosi”; “da evitare, gestito da incapaci”; “esperienza negativa al massimo”; “tempi bilici per l’attesa”; “poca professionalità da parte del personale che definire scortese è riduttivo”; “scandalosi”. Trattandosi, ad avviso del Tribunale, di espressioni sferzanti, ma mai volgari o gratuitamente insultanti, in quanto rappresentative di una sensibilità individuale con riferimento alla percezione delle condotte del personale della struttura e della sua efficienza.

Diversamente invece è stato valutato un post di un utente che affermava di aver sporto querela nei confronti della struttura, per aver – a suo dire – ricevuto minacce a seguito di una richiesta di chiarimenti su un medico accusato di molestare la pazienti. Il tutto condito con espressioni quali “illeciti morali dei loro medici, con tanto di prove”, “vittime delle loro comunicazioni intimidatorie”, “vergognatevi tutti”. Si tratta di un commento contenente una precisa accusa, di rilievo penale, che presso il pubblico veicola la notizia che nella struttura operi un medico aduso a molestare sessualmente le pazienti, medico “coperto” dalla struttura stessa che minaccia querela invece di svolgere accertamenti. Ora a fronte della circostanza che la struttura aveva lamentato la falsità delle gravissime accuse addebitatele e considerata l’impossibilità di verificarne la fondatezza  (il post era firmato solo come “Carlo”), il Tribunale di Roma, in un’ottica di bilanciamento tra i contrapposti diritti, ha ritenuto prevalente la tutela alla reputazione della struttura medica (che stava subendo una grave lesione della propria immagine commerciale), disponendo quindi l’immediata rimozione di tale post a carico di Google.

Sul punto, va precisato, che la difesa di Google aveva sostenuto di aver provveduto, a seguito della ricezione della richiesta di rimozione, di alcune delle recensioni segnalate come diffamatorie, di averne successivamente rimosse altre e di avere mantenuto solo una parte residua, perché – a suo avviso – legittima espressione del diritto di critica.

Su tale parte di post residua, il Tribunale ha dunque analizzato la posizione di Google quale destinatario dell’ordine di rimozione dei contenuti illeciti presenti sulla piattaforma.

A tale riguardo, la società convenuta è stata ritenuta, quale, cahing provider per la creazione delle schede di presentazione dell’attività professionale o commerciale pubblicate sulla sua piattaforma on-line; ma anche quale hosting provider, sotto il profilo delle recensioni postate. Più in dettaglio, Google è stato qualificato come un hosting provider passivo, secondo l’insegnamento fattone dalla Cassazione Civile n. 7708/2019[1], che ha individuato le due diverse figure di hosting provider: attivo e passivo. Quest’ultimo ha un ruolo meramente tecnico ed automatico ed è passibile di responsabilità solo se a conoscenza dell’illiceità, non si attivi immediatamente per rimuovere le informazioni o disabilitarne l’accesso, a condizione che l’illiceità del contenuto sia manifestamente illecito. Ossia, qualora l’illiceità possa riscontrarsi, senza particolare difficoltà, alla stregua dell’esperienza e della conoscenza tipiche dell’operatore del settore e della diligenza professionale da lui esigibile, cosicché non averlo fatto integrerebbe quantomeno una grave negligenza dello stesso. L’hosting provider attivo, invece, è il prestatore di servizi che dispone di un grado di controllo più elevato sui contenuti o che interferisce con i contenuti memorizzati e che, dunque, può venire effettivamente a conoscenza dell’illiceità dell’attività o dell’informazione archiviata a prescindere dalla contestazione da parte del terzo, si rimprovera il concorso mediante condotta attiva nella commissione dell’illecito e cioè nel caso in cui la sua attività si estenda a quella di «completare e arricchire in modo non passivo la fruizione dei contenuti da parte di utenti indeterminati», in presenza dell’elemento soggettivo e di particolari «indici di interferenza» o fattori spia (attività di filtro, selezione, indicizzazione, organizzazione, catalogazione, aggregazione, valutazione, uso, modifica, estrazione, promozione).

Alla luce di tali insegnamenti, Il Tribunale, ha ritenuto Google soggetta all’applicazione al D.L. 70/2003 (attuazione della Direttiva Comunitaria sul commercio elettronico), nella parte in cui pur non essendo gravata dall’obbligo di monitoraggio preventivo su tutti i contenuti pubblicati, ha comunque, l’obbligo di attivarsi per un immediato di controllo non appena ricevuta una segnalazione di presunto fatto illecito da parte di un destinatario del servizio. Si tratta, dunque, di una valutazione interna, dei contenuti denunciati che debbono essere rimossi solo ove il contenuto illecito sia manifesto ed evidente. Diverso, ovviamente, è il caso in cui l’obbligo di rimozione derivi da un provvedimento giudiziario: in questo caso l’obbligo è immediato ed esclude ogni valutazione circa la illeceità che viene accertata dall’autorità giudiziaria. Il Tribunale di Roma ha così precisato, che – in caso di post dal contenuto non manifestamente illecito – l’obbligo di rimozione non consegue automaticamente alla segnalazione, ma consegue solo dopo la valutazione interna. Anche perché, se così fosse, il sistema si presterebbe ad un potenziale abuso delle c.d. notifiche di attività illecite per escludere, ad esempio, eventuali concorrenti nei c.d. market place. In questo senso peraltro si segnala una recente sentenza della Corte d’Appello di Firenze – in un caso che ha visto coinvolto Trip Advisor – secondo la quale non rendono manifesta l’illiceità dell’informazione, «affermazioni che, pur estrinsecatesi in espressioni verbali irridenti, non risultano dotate – anche ove frutto di invenzione – della carica offensiva necessaria per apparire “manifestamente” lesive dell’onore o del prestigio»[2].

Un ulteriore spunto di riflessione nell’ordinanza in esame riguarda anche la tempestività della richiesta di rimozione dei contenuti che si assumono illeciti. Il Tribunale di Roma ha evidenziato come la tolleranza per un lungo periodi di tempo (circa due anni) abbia fatto venire meno l’urgenza della richiesta di rimozione in sede cautelare, essendo il lasso temporale presumibilmente sufficiente per la conclusione di azione di cognizione di merito ed essendo più in generale il protrarsi della tolleranza incompatibile con i rimedi cautelari.

[1] Cass., 19 marzo 2019, n. 7708, in Riv. dir. ind., 2019, II, 201.

[2] App. Firenze, 23 marzo 2020, n. 698, in Jus Explorer Giuffrè.