La nuova direttiva DAC7 e gli obblighi per i gestori delle piattaforme online. Prosegue la collaborazione con il Fisco

di Paola Milioto -

Il Consiglio dell’Unione europea ha apportato un’ulteriore modifica alla direttiva 2011/16/UE – relativa, in generale, allo scambio automatico di informazioni in ambito comunitario, nota come DAC 1 (Directive Administrative Cooperation) –, per effetto dell’approvazione della proposta di direttiva c.d. DAC 7 (2021/514/UE), che si applicherà a decorrere dal prossimo 1° gennaio 2023.
L’aspetto maggiormente innovativo di tale proposta attiene alla previsione di nuovi obblighi di scambio automatico dei dati in possesso dei gestori di piattaforme digitali (nuovo art. 8-bis quater della direttiva DAC 1), che persegue l’obiettivo di fare emergere materia imponibile – a volte di valore anche molto consistente – costituita dai ricavi ottenuti a seguito delle transazioni effettuate su tali piattaforme. Materia che oggi risulta difficilmente accertabile da parte delle singole Amministrazioni finanziarie, nonostante in taluni Stati – compreso il nostro – le piattaforme di commercio elettronico siano compliant con il Fisco, condividendo (a seguito di richiesta da parte degli Uffici accertatori) i dati contabili e fiscali in loro possesso, relativi alle transazioni effettuate dai clienti-contribuenti e mettendo gli stessi (Uffici) nella condizione di finalizzare taluni accertamenti e vantare le relative pretese fiscali, altrimenti sfornite di prove.
La nuova disciplina si innesta in tale contesto e l’obiettivo è quello di controllare in modo più organizzato e capillare la posizione degli utilizzatori delle piattaforme digitali e, in particolare, i ricavi da essi ottenuti con le cessioni di beni e servizi effettuate tramite il canale online sia nel contesto B2B che nel contesto B2C. Obiettivo che, per effetto della direttiva DAC 7, sarà perseguito attraverso l’imposizione, ai gestori delle piattaforme digitali, di obblighi di screening e di adeguata verifica dei privati e delle imprese che operano nelle piattaforme digitali – secondo alcune regole previste dall’allegato alla direttiva –, nonché di raccolta di dati di tali soggetti, quali, ad esempio: nome, cognome e data di nascita (o denominazione sociale, se il venditore è una società); indirizzo; codice fiscale e/o partita IVA (se il venditore stesso agisce in regime di impresa); e, soprattutto, ammontare dei corrispettivi pagati o accreditati in ciascuno dei periodi oggetto di monitoraggio. La DAC 7, inoltre, prevede taluni obblighi rafforzati in caso di utilizzo della piattaforma online per servizi di locazione di immobili, con condivisione di ulteriori informazioni, quali, ad esempio, l’indirizzo dell’immobile, la durata della locazione, ecc.
Quanto alle modalità operative dell’effettiva condivisione dei dati acquisiti, è previsto che il gestore della piattaforma debba trasmettere i dati all’Autorità competente del proprio Stato di residenza o di stabilimento. Sarà pertanto il singolo Stato coinvolto a trasmettere successivamente i dati in questione a ciascuno degli Stati membri nei quali risiedono i vari venditori/locatari.
Si immagina un’ampia diffusione dei dati, posta la capillarità degli obblighi di controllo e di condivisione che gravano in capo ai gestori, anche in ragione dell’ampiezza degli operatori coinvolti. L’allegato alla nuova direttiva, infatti, specifica – tra i tanti – come debba intendersi: (i) per piattaforma, qualsiasi software e/o sito web e/o app che mettano in contatto i venditori e gli utenti, permettendo ai primi di svolgere, direttamente o indirettamente, una attività pertinente di cessione di beni o servizi; (ii) per gestore della piattaforma, qualsiasi soggetto che stipuli un contratto con un venditore per mettere a disposizione la piattaforma, o parte di essa. La proposta di direttiva prevede, comunque, una serie di esclusioni. Non sono sottoposti, ad esempio, a monitoraggio i venditori che hanno svolto sulla piattaforma meno di trenta attività e hanno percepito un corrispettivo annuo complessivo non superiore a 2.000 euro.
E’ evidente come l’ampiezza applicativa della direttiva induca a ritenere (quantomeno) auspicabile una collaborazione delle piattaforme online e del Fisco su larga scala, nell’ovvia speranza di recuperare quella materia imponibile sottratta alle entrate statali, a volte in maniera patologica.