La nozione di acquirente diretto dell’App Store di Apple in una pronuncia della Corte Suprema degli Stati Uniti

di Giada Iovane -

Il 13 maggio 2019 la Corte suprema degli Stati Uniti, a seguito di un writ of certiorari della Corte d’appello per il Nono circuito, ha pronunciato la sentenza del caso Apple vs. Pepper (a seguito di azione intrapresa da Robert Pepper e altri tre querelanti, nel 2011) con un voto di 5-4 (Brett Kavanaugh ha espresso l’opinione della maggioranza insieme a Ruth Ginsburg, Stephen Breyer, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan, contrario Neil Gorsuch insieme ai restanti quattro giudici della Suprema Corte).
Gli attori avevano citato nel 2011 Apple sostenendo una illegittima posizione monopolistica nella vendita delle app nell’AppStore, l’esclusiva piattaforma di acquisto per app di iPhone. I proprietari di iPhone possono, infatti, legalmente acquistare app esclusivamente per il tramite della piattaforma. Molte di queste app sono create da sviluppatori indipendenti sotto contratto con Apple. Ed è a questi che Apple si rivolge affermando che gli utenti iOS sono tecnicamente acquirenti delle app dagli sviluppatori, mentre gli sviluppatori stessi sono clienti dell’Apple store. I querelanti/attori affermano, invece, che richiedendo agli utenti iOS di comprare app attraverso il suo store app ufficiale e ricaricando agli sviluppatori una percentuale del 30 %, Apple sta aggiungendo una tassa obbligatoria che logicamente gli sviluppatori passano sui consumatori, quali utenti finali della catena distributiva.
La conclusione della Corte conferma quanto sostenuto dalla Corte d’appello per il Nono circuito e rovescia la decisione di primo grado resa dal tribunale distrettuale: i consumatori di app per iPhone sono acquirenti diretti di Apple e in quanto tali, sulla base della giurisprudenza di Illinois Brick Co. contro Illinois (1977), possono citare in giudizio il presunto trasgressore della normativa antitrust per aver presumibilmente monopolizzato il mercato al dettaglio della vendita di app per iPhone.
Risolutiva la nozione di acquirente diretto/indiretto tratta da Illinois Brick Co. (e precedentemente da Hanover Shoe, Inc. v. United Shoe Machinery Corp, 1968): diversamente dai consumatori in Illinois Brick Co., i proprietari di iPhone non sono consumatori al fondo della catena distributiva che stanno tentando di citare i produttori al top della catena. L’assenza di un intermediario nella catena distributiva tra Apple e i consumatori è dirimente.
La brillante regola di Illinois Brick Co., ribadita in Kansas v. UtiliCorp United Inc (1990), asserisce che gli acquirenti indiretti, ossia gli acquirenti a valle rispetto al trasgressore antitrust a monte in una catena di distribuzione non potrebbero fare causa al produttore/trasgressore. Al contrario, gli acquirenti diretti, cioè coloro che sono “gli acquirenti immediati dei presunti trasgressori antitrust”, possono citare in giudizio, altrimenti, verrebbe a configurarsi una violazione dei principi tradizionali di causalità immediata.
Ad esempio, se il produttore A vende al rivenditore B e il rivenditore B vende al consumatore C, allora C non può citare in giudizio A. Ma B può citare A se A è un contraente antitrust. E C può citare in giudizio B se B è un trasgressore antitrust. Questa è la regola dell’acquirente diretto statuita da Illinois Brick Co.
E, poiché non c’è intermediario nella catena di distribuzione tra Apple e il consumatore, si ritiene senza alcun dubbio che, almeno in questa fase embrionale, in cui la Corte ha statuito puramente in merito al se i consumatori – e non soltanto i diretti sviluppatori delle app – possano o meno citare in giudizio il presunto produttore che ha violato la normativa antitrust (“acquirenti indiretti/diretti”), la risposta debba essere positiva. È indiscusso che i proprietari di iPhone abbiano acquistato le app direttamente da Apple. Pertanto, sempre sulla scorta di Illinois Brick Co., i proprietari di iPhone sono acquirenti diretti che potrebbero citare in giudizio Apple per presunta monopolizzazione. A questa semplice conclusione si arriva non solo dal testo delle leggi antitrust ma anche dai case laws.
Il primo riferimento è la Sezione 2 dello Sherman Act (1890) il quale rende illegale per chiunque “monopolize, or attempt to monopolize, or combine or conspire with any other person or persons, to monopolize any part of the trade or commerce among the several States, or with foreign nations ..”
La sezione 4 del Clayton Act (1914) consente “the recovery of damages by any person injured in his business or property by reason of anything forbidden in the antitrust laws” Il vasto testo del §4 nel fare riferimento a “qualsiasi persona” che è stata “danneggiata” da un trasgressore antitrust intende che i consumatori che acquistano beni o servizi a prezzi superiori alla concorrenza da un rivenditore presumibilmente monopolistico, possono citarlo in giudizio. Il secondo riferimento è a un precedente: applicando il §4, la giurisprudenza ha costantemente affermato che “gli acquirenti immediati dei presunti trasgressori antitrust” possono intentare una causa contro i trasgressori della legge antitrust (Kansas v. UtiliCorp United Inc.) Allo stesso tempo, incorporando i principi della causa prossima nel § 4, si è stabilito che gli acquirenti indiretti che sono lontani due o più passaggi dal trasgressore, in una catena di distribuzione, non possono fare causa.