La garanzia della pubblica udienza in tempo di pandemia (e non)

di Paola Milioto -

Le udienze, nel processo tributario, devono, possono o non possono essere pubbliche?

Questa è la domanda che sta alla base dell’ordinanza di rimessione n. 11/12/2021, con la quale la CTP di Catania ha sollevato una questione di legittimità costituzionale dell’art. 30, lett. g), n. 1 della L. delega n. 431/1991 di emanazione dei decreti processo, e degli artt. 32, co. 3 e 33 del D.Lgs. n. 546/1992, in relazione agli artt. 101, 111 e 136 Cost. I giudici siciliani hanno, infatti, ritenuto incostituzionali le suddette norme nella parte in cui prevedono che il diritto alla pubblica udienza sia nella totale disponibilità delle parti processuali, le quali, come noto, possono evitare che la causa sia trattata in camera di consiglio solo presentando apposita istanza contenente la richiesta dello svolgimento dell’udienza in seduta pubblica.

Questa è, altresì, la domanda che i professionisti che orbitano intorno al processo tributario – e ancor prima i contribuenti da essi difesi – continuano a porsi, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo vivendo, nel quale la pandemia sembra avere cancellato non solo la pubblica udienza, ma la stessa celebrazione dell’udienza. Nell’attuale contesto pandemico, infatti, è noto come il legislatore abbia ritenuto opportuno inserire la previsione di cui all’art. 27, D.L. n. 137/2020, il quale al comma 2 dispone che “In alternativa alla discussione con collegamento da remoto, le controversie fissate per la trattazione in udienza pubblica, passano in decisione sulla base degli atti, salvo che almeno una delle parti non insista per la discussione”. Il legislatore, in altri termini, ha ovviato alle problematiche connesse all’eventuale impossibilità di partecipare all’udienza tributaria con collegamento da remoto attraverso la cancellazione della stessa udienza.

È in tale prospettiva che si apprezza maggiormente la suddetta ordinanza della CTP di Catania, la quale ha messo in rilievo alcuni profili di incostituzionalità che, per certi versi, riguardano anche l’impianto introdotto con l’art. 27 cit. e la mancata garanzia alla celebrazione di una pubblica udienza (sebbene con collegamento da remoto).

Tanto premesso, le ragioni invocate dalla suddetta Commissione a fondamento della ritenuta incostituzionalità sono molteplici.

In primo luogo, si individua una lesione di interessi pubblicistici inerenti al giusto processo.

La CTP remittente, infatti, evidenzia come la trattazione in pubblica udienza tuteli l’interesse pubblico di consentire ai cittadini la conoscenza dei procedimenti giudiziari, riconosciuto direttamente dalla Costituzione all’art. 101 Cost., il quale prevede che la giustizia debba essere amministrata dal popolo. Principio costituzionale, pertanto, che non può soccombere dinnanzi a un principio non di rilevanza costituzionale, quale quello di economia processuale, perseguito attraverso la trattazione in camera di consiglio.

La natura pubblicistica degli interessi in gioco – prosegue la Commissione siciliana – si rinviene, altresì, dall’esistenza di una parte pubblica, la quale pone un problema di compatibilità con l’art. 111 Cost in punto di completezza del contraddittorio e di parità delle parti davanti a un giudice terzo e imparziale. Con la conseguenza che non dovrebbe ritenersi ammessa la possibilità che interessi pubblicistici perdano la loro indisponibilità per essere governabili dalle parti. Difatti, non a caso la Circolare del Ministero delle Finanze, la n. 98/E/1996, in relazione all’art. 23 Decreto processo raccomanda gli uffici periferici di trattare le cause in pubblica udienza. Mentre per la parte privata la richiesta di pubblica udienza è un diritto – affermano sempre i giudici etnei – che potrebbe anche decidere di non esercitare; per la parte pubblica non si tratta di una facoltà, ma di un obbligo, quello di tutelare gli interessi pubblici di fatto indisponibili. Si garantisce, così, la massima espressione difensiva di tale interesse.

In secondo luogo, viene invocata una violazione del giudicato costituzionale – e, quindi, una violazione dell’art. 136 Cost. – che si realizza, per pacifica giurisprudenza costituzionale, non solo quando il legislatore emani una norma che rappresenta una mera riproduzione di quella già dichiarata incostituzionale, ma anche quando una nuova disciplina miri a raggiungerne o perseguirne, anche indirettamente, gli esiti. Il che è quanto accaduto – secondo la CTP di Catania – con riferimento all’art. 33 (Decreto processo), rispetto alla previgente normativa processuale (art. 39, co. 1, d.P.R. n. 636/1972).

Il Giudice delle Leggi (Corte. Cost. n. 50/1989), infatti, aveva già avuto modo di pronunciarsi sulla necessità che anche le udienze tributarie potessero essere pubbliche, dichiarando l’incostituzionalità del previgente art. 39, co. 1, cit., nella parte in cui escludeva l’applicazione dell’art. 128 c.p.c. che disciplina la pubblicità delle udienze. Il conquistato carattere di organo giurisdizionale delle commissioni tributarie e il riconosciuto carattere giurisdizionale dei processi tributari, infatti – affermava la Corte – rendevano assolutamente incompatibile il previgente impianto con i principi costituzionali che prevedono, come regola generale dell’esercizio della giurisdizione, la pubblicità dei dibattimenti giudiziari. Regola che può avere, sì, delle eccezioni in relazione a particolari procedimenti e alla luce di obiettive e razionali giustificazioni, ma che la Corte riteneva non presenti nella norma, anche alla luce del fatto che «in base all’art. 53 della Costituzione, l’imposizione tributaria è soggetta al canone della trasparenza, i cui effetti riguardano anche la generalità dei cittadini, nonché ai principi di universalità ed eguaglianza, onde la posizione del contribuente non è esclusivamente personale e non è tutelabile con il segreto», con la conseguenza che la generale conoscenza «può giovare alla concreta attuazione del sistema tributario e concorre a ridurre il numero degli inadempimenti e degli evasori in genere».

Conclude la CTP di Catania, pertanto, che «Alla luce dei superiori principi la norma di cui all’art. 33 D.Lgs. n. 546 del 1992 viene a costituire più di una mera riproduzione di quella già ritenuta lesiva della costituzione, poiché esclude la stessa udienza con riferimento ai processi in cui le parti la pubblica udienza prevista dall’art. 34 non hanno richiesto. Di qui la violazione del giudicato costituzionale».

Indipendentemente da quella che sarà la decisione della Corte Costituzionale, non sorprende, comunque, che solo ora (a distanza di più di 30 anni dalla pronuncia costituzionale, la n. 5/1989) sia stata rinnovata l’attenzione alla rilevanza dell’udienza pubblica nel rito tributario. È evidente, infatti, come la cartolarizzazione forzata del processo tributario causata dalla pandemia in corso abbia acuito maggiormente le esigenze di difesa connesse allo svolgimento, in presenza (anche telematica) delle parti, delle udienze.