Intelligenza artificiale vs intelligenza umana: il lento progredire dei robot anche nel mondo legale e contabile

di  Paola Milioto  -

 

Da molti anni, ormai, si sente parlare dei Robotic Process Automation (RPA), vale a dire di software in grado di sostituire il lavoro umano nelle operazioni routinarie e nei processi ripetitivi che non necessitano, per il loro svolgimento, di affinate competenze intellettive, in quanto rappresentano attività caratterizzati da un certo grado di automatismo e da un basso valore aggiunto. Si pensi, a mero titolo esemplificativo, ai processi di contabilizzazione delle fatture attive e passive; al controllo della documentazione di un cliente; all’acquisizione e inserimento dei dati; alla compilazione automatica di alcuni modelli; alla gestione automatica degli alert relativi a scadenze e pagamenti; etc.

Già nel 2016, un’indagine Deloitte evidenziava come quello del RPA sarebbe stato, negli anni a venire, la priorità per la maggior parte degli studi professionali; già nel 2017 si era previsto che, entro la fine di questo decennio, in Inghilterra – ma, in generale, nei paesi di common law – la professione forense sarebbe stata eseguita attraverso una combinazione di RPA e lavoro umano, con una netta prevalenza di sistemi tecnologicamente avanzati di intelligenza artificiale rispetto all’intelligenza umana.

Il successo di tali software deve essere vagliato sotto molteplici aspetti: riduzione degli errori – che, nello svolgimento umano dell’attività, sono causati dal calo fisiologico di attenzione che si viene a generare in un individuo che pone in essere la medesima operazione per “n” volte – ; velocizzazione dei processi di back office, o, comunque, di processi caratterizzati da ripetitività – in quanto le combinazioni di RPA permettono di impostare un’attività lavorativa ripetitiva senza interruzioni lungo tutto l’arco della giornata, settimana, anno senza necessità di pause –; possibilità di verifica dell’attività svolta – in quanto rimane memoria di ogni passaggio –; riduzione dei costi. Con riguardo a tale ultimo aspetto, basti pensare al dato statistico secondo cui per il solo pagamento delle imposte (attività certamente sostituibile dall’intelligenza artificiale) ogni azienda necessiti di 238 ore di lavoro retribuito.

Alcune proiezioni di mercato (la fonte è la HFS Research) stimano che, grazie all’utilizzo della RPA, tra il 2019 e il 2023 si registrerà una crescita dei ricavi da 2,9 a 10,4 miliardi di dollari. L’evoluzione che ci si aspetta è simile a quella che è stata generata all’inizio del ventesimo secolo nei settori dell’industria pesante e dell’agricoltura, grazie all’introduzione, in un primo momento, di macchine capaci di meccanizzare e automatizzare il lavoro manuale e, in un secondo tempo, anche di tecnologie digitali. In altri termini, nell’attuale contesto lavorativo, il RPA sta assumendo lo stesso ruolo trainante che un secolo fa è stato assunto dalle macchine nel mondo dell’industria e dell’agricoltura.

Ma alla domanda su quali siano le professioni che il RPA può coinvolgere, la risposta è che tale processo sta investendo non una specifica professione o una specifica categoria, ma specifiche attività all’interno di ciascuna di esse. E se è vera la considerazione per cui la diffusione del RPA è tanto maggiore quanto minore è la difficoltà delle operazioni da svolgere, allora bisogna interrogarsi sulla concreta introduzione di tali tecnologie in taluni ambiti professionali, quali, ad esempio, studi legali o di commercialisti.

In ambito legale, come anticipato, una prima linea di demarcazione deve essere tracciata tra i sistemi di common law e di civil law. Nei paesi anglosassoni, infatti, la stessa considerazione per cui la risoluzione di una controversia sia rimandata alla regola del “precedente vincolante” permette di ritenere la diffusione dell’intelligenza artificiale più facile e veloce. Il metodo di lavoro in tali sistemi, infatti, è la riconduzione di un caso ad un altro, con valutazione e disamina di somiglianze e differenze. E, infatti, una volta individuato un caso identico o simile a quello oggetto di analisi, una decisione adottata in precedenza avrà carattere vincolante per il caso successivo, alla luce della regola dello stare decisis. Regola inapplicabile negli ordinamenti di civil law nei quali la stratificazione normativa rende sicuramente più difficile l’utilizzo del RPA.

Ma indipendentemente dalla semplicità o difficoltà garantite dallo specifico sistema considerato, è evidente come l’introduzione del RPA negli studi legali non possa essere uguale per tutte le law firm, potendo la stessa assumere un impatto più o meno incisivo a seconda delle risorse che il singolo studio può/intende investire. E va da sé che più grande e internazionalizzata sarà la firm di riferimento, maggiore sarà il livello e la quantità di intelligenza artificiale utilizzata; al contrario, più piccolo e provinciale sarà la lo studio professionale, minore sarà il grado di tecnologia dello stesso.

Anche dal punto di vista qualitativo può emergere una differente diffusione di tali sistemi. Si contrappongono, infatti: (i) sistemi quali machine learning; assistente virtuale; natural processing language – sistemi, cioè, che rappresentano tecnologie che emulano e riproducono (sostituendoli) il pensiero e l’agire dell’uomo e che sono utilizzati per lo più da grandi realtà professionali –; (ii) tecnologie più semplici, quali chatbot; piattaforme di interscambio; sistemi utilizzati per il calcolo dei costi e/o la sostenibilità finanziaria di un caso affidato allo studio, utilizzati dalle piccole realtà.

Nell’ambito della professione del commercialista, invece, i sistemi tecnologici di intelligenza artificiale stanno prendendo piede con maggiore velocità, registrandosi uno sviluppo più consistente del RPA, al punto da parlarsi di robot contabile. Tra le varie attività che sono state automatizzate si ricordano la registrazione delle fatture, attraverso passaggi automatizzati che permettono al software di riconoscere la ritenuta d’acconto applicata; la generazione automatica di eventuali F24; l’interazione diretta del robot con i clienti, attraverso l’invio di mail con indicazione delle scadenze dei pagamenti o con richiesta di informazioni. Identificativo della rivoluzione tecnologica che sta coinvolgendo gli studi contabili è anche l’utilizzo dello strumento della riconciliazione automatica degli incassi e dei pagamenti per il tramite della lettura degli estratti conti bancari.

Insomma, sorge spontaneo interrogarsi sulla possibilità che il robot sia effettivamente in grado di soppiantare il lavoro dell’uomo in molte delle attività che fino a qualche decennio fa si ritenevano di sua esclusiva competenza. La risposta a tale domanda, però, può essere solo una: dipende. E dipende da una serie di fattori, anche culturali, ma soprattutto da quanto un sistema produttivo sia interessato a investire in determinati ambiti. Investimenti che, si bada bene, coinvolgono non solo risorse economico-monetarie, ma anche di intelligenza (non artificiale, ma) umana.

Investimento umano, perché va da sé che ogni singola realtà professionale debba sapere (prima ancora di utilizzarli) quali siano i software adatti alla realtà lavorativa nella quale dovranno essere inseriti. Serve, pertanto, capitale umano altamente specializzato, che, da un lato, conosca le singole realtà professionali e gli ambiti nei quali introdurre i sussidi del RPA per un migliore efficientamento del lavoro; e, dall’altro lato, si metta a disposizione dei singoli lavoratori di quella specifica realtà professionale per guidarli verso un effettivo utilizzo della nuova realtà digitale.

Investimento economico-monetario perché – del resto ciò è intuitivo –, l’introduzione di una simile rivoluzione ha dei costi in ogni settore, anche pubblico. E’ di questo mese, ad esempio, la notizia del via libera dell’Unione Europea al finanziamento del nuovo progetto che l’Agenzia delle Entrate ha presentato per trovare una soluzione di contenimento al rischio di evasione fiscale in Italia, attraverso l’utilizzo di strumenti  e tecniche innovative che permettono una rappresentazione dei dati già in possesso del Fisco “sottoforma di reti [che consentano di] far emergere relazioni indirette e non evidenti tra diversi soggetti (ad esempio, relazioni tra società), che possono essere collegate a schemi di evasione o di elusione fiscale difficilmente individuabili con le tradizionali tecniche di analisi”. Reti che, attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale, guideranno l’attività di controllo dell’Amministrazione finanziaria.

Il dato nazionale è che, come purtroppo spesso accade, il nostro paese risulta indietro in tale processo evolutivo anche a causa dell’assenza di risorse investite in tale ambito. Il nostro sviluppo, infatti, è molto più lento rispetto a quello degli altri paesi industrializzati e, nonostante vi siano alcuni segnali di avvicinamento al RPA, l’Italia è ancora lontana dal raggiungere risultati soddisfacenti.