Una Costituzione per la Rete: una sfida e un’opportunità

di Camilla Bellini -

Parlare di mondo digitale oggi significa fare i conti con una realtà in continuo divenire, con una dimensione liquida e senza confini che mal tollererebbe una propria regolamentazione, ovvero l’apposizione di limiti che ne possano determinare una sorta di istituzionalizzazione.
Eppure gli attuali dibattiti sul futuro di Internet vertono tutti sulla necessità di costituzionalizzare la realtà mobile della Rete, con il rischio di comprometterne la natura libertaria attraverso la definizione di regole che dettino vincoli stringenti di accesso e utilizzo della dimensione virtuale.
In tali parole peraltro sembrano riecheggiare i concetti di «nomos della terra e libertà dei mari» che hanno costituito il punto di partenza delle ricerche condotte da Carl Schmitt e a cui diversi pensatori si sono rifatti nel momento in cui si è avvertita la necessità, sempre più impellente, di delineare principi inerenti la navigazione in Rete, al fine di rendere questo nuovo dominio digitale un mare – seppur virtuale – libero e sicuro.

La congiuntura di elementi tecnologici, politici e istituzionali, da un lato, e il conflitto di interessi economici e securitari, dall’altro, hanno determinato l’esigenza di rimettere in discussione la tradizionale convinzione di un’assenza di diritti come prezzo da pagare per interconnettersi e sfruttare le potenzialità di Internet. Infatti il «padre di Facebook» Mark Zuckerberg aveva, in un primo momento, sottolineato la necessità di una pacifica accettazione della preminenza delle logiche di profitto rispetto alla garanzia della sfera di riservatezza di ciascun internauta, convinto che i magnati della Rete e delle nuove tecnologie avessero diritto di accesso e captazione pressoché illimitata dei dati personali degli utenti. Nonostante ciò, le rivelazioni allarmanti da parte dell’ex tecnico della CIA, Edward Snowden, che hanno condotto al c.d. scandalo Datagate, nel quale sono state denunciate le tecniche di controllo basate sulla logica della sorveglianza di massa messe in atto dalla National Security Agency americana, hanno reso evidente che fosse necessario riaffermare la supremazia dei diritti fondamentali dell’uomo rispetto all’interesse economico dei Giganti di Internet.

La Corte di Giustizia dell’UE ha pertanto dichiarato invalida, con sentenza dell’8 aprile 2014, la Direttiva Frattini (2006/24/EC) in materia di Data Retention, affermando che l’attività di acquisizione e conservazione dati – anche sensibili – degli utenti da parte dei provider di comunicazione elettronica e messi a disposizione delle autorità di vigilanza nazionali – per fini di prevenzione, individuazione e perseguimento di gravi reati (ad esempio di criminalità organizzata e terrorismo) – violava inaccettabilmente la tutela dei diritti fondamentali al rispetto della vita privata e della protezione delle informazioni personali (v. articoli 7 e 8 della Carta europea dei diritti fondamentali).
È allora emersa chiaramente la volontà di invertire nuovamente la scala gerarchica delle priorità: i diritti fondamentali non avrebbero infatti più tollerato ingiustificate compromissioni al fine di appagare interessi economici o di sicurezza.

In tale contesto si è stagliata la rinnovata attenzione mostrata per l’introduzione di una Carta dei Diritti di Internet, una sorta di Bill of Rights 3.0, data la necessità di garantire un adeguato bilanciamento tra le modalità di raccolta dati e di gestione degli stessi, improntate entrambe al rispetto e alla tutela delle più disparate declinazioni della vita sociale.
Le esigenze securitarie, comportanti controlli sempre più capillari e attività di acquisizione delle informazioni personali ai limiti della costituzionalità, devono essere soddisfatte attraverso l’utilizzo di strumenti di captazione che non pregiudichino i principi di libertà e la tutela dei diritti fondamentali.
La costruzione di una realtà dominata dall’«Internet delle cose», ovvero dalla possibilità che ogni oggetto venga realizzato con lo scopo ultimo di comunicare e ricevere informazioni, ha fatto in modo che l’individuo sia stato progressivamente trasformato in un «uomo di vetro», trasparente e vulnerabile, che oggi rivendica a gran voce il proprio diritto a riacquisire una sovranità su stesso ormai persa a causa di un’espropriazione forzata delle proprie informazioni che quotidianamente è costretto a subire.
Assodato che Internet sia una piattaforma di interazione che permette quotidianamente a milioni di utenti di comunicare, fare acquisti online, esprimere preferenze, informarsi, scambiarsi beni e servizi e partecipare alla vita politico-sociale mondiale, non è però più tollerabile che possa continuare a prescindere da regole. La Rete infatti non può essere lasciata in balia né delle logiche di potere di regimi totalitari che, limitandone l’accesso, imponendo la censura dei contenuti digitali e discriminando gli internauti e le proprie convinzioni ideologiche (basti pensare a quanto accade in Cina o in Turchia) vanificano irrimediabilmente l’assunto di neutralità su cui si fonda la dimensione cibernetica, né delle logiche monetarie dei soggetti transnazionali che ne condizionano unilateralmente lo sfruttamento.

Stefano Rodotà, da sempre sostenitore di una Magna Charta 3.0, aveva prospettato la possibilità di definire principi che potessero trasformare in diritti le situazioni di tutti coloro che ogni giorno svolgono parte delle proprie attività quotidiane online. Il punto di partenza sarebbe potuta essere proprio la Carta dei diritti fondamentali dell’UE in precedenza richiamata, all’interno della quale è sancito graniticamente che il diritto autonomo alla protezione dei dati personali è di per sé una declinazione ineludibile della libertà umana.
Partendo pertanto dal presupposto secondo il quale Internet non sia sinonimo di anarchia, è fondamentale un sforzo concertato e congiunto al fine di enumerare una serie di regole non restrittive ma di garanzia costituzionale della libertà della Rete, troppo spesso osteggiata da dinamiche censorie. Sono quindi maturi i tempi per dettare alcuni principi universalmente condivisi da intendere come estrinsecazione della nuova cittadinanza virtuale acquisita da ogni internauta: libertà di accesso, libertà di utilizzazione, diritto alla conoscenza, rispetto della privacy, riconoscimento di nuovi beni condivisi sono soltanto alcuni dei diritti che dovrebbero costituire il patrimonio comune di libertà che, in una dimensione digitale pur regolamentata, devono continuare a trovare il proprio terreno fertile di coltura.

Volendo preservare i caratteri di volatilità, a-territorialità e mobilità della Rete, il processo di regolamentazione della stessa deve essere il risultato di un modello di partecipazione e attivismo orizzontale e non più verticale, basato su un dialogo serrato tri i singoli e le élite e su progressivi tentativi di superamento di quesiti obsoleti su chi sia, ad esempio, il legislatore oppure su chi siano i giudici competenti a garantire il rispetto dei diritti proclamati nella nuova Costituzione di Internet, interrogativi appunto che appartengono a una realtà altra rispetto a quella liquida del mondo cyber.
Peraltro il cyberspace non presupporrebbe la creazione di nuovi diritti bensì una rilettura di quelli tradizionalmente intesi. Proviamo a fare qualche esempio concreto: l’articolo 2 della nostra Costituzione nel riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo come singolo e come parte di formazioni sociali dovrebbe tra queste poter ricomprendere anche le comunità virtuali di utenti; oppure il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, così come sancito nell’articolo 21 Cost., dovrebbe essere bilanciato con il diritto all’anonimato nelle comunicazioni elettroniche.

In una prospettiva comparata, l’opinione pubblica americana tende a riguardare ogni libertà, nel nostro caso quella di accesso a Internet, come un’opportunità, ovvero un vantaggio da cui chiunque potrebbe trarre beneficio; più cauta è invece la posizione europea sul tema in esame preferendo richiamare quel principio di precauzione che invita tutti a considerare tale libertà come un rischio da ridurre ai minimi termini. La preoccupazione principale è legata al fatto che il c.d. Internet of Things permetterebbe, allo stato attuale delle cose, di poter trasformare tutto in dato, digitalizzato a costi irrisori e sfruttato in modo pressoché inesauribile. Spesso gli utenti non riescono a percepire ciò a cui stanno davvero rinunciando ogniqualvolta decidano di connettere la propria esistenza con quella di altri milioni di utenti approfittando delle risorse messe a disposizione dalle nuove tecnologie informatiche. L’accesso a Internet non può essere considerato quindi uno zero-sum game, in quanto i servizi digitali che ci vengono offerti e che con nonchalance utilizziamo, spesso gratuitamente, garantiscono prestazioni efficienti in cambio dell’acquisizione di centinaia di dati che giornalmente mettiamo a disposizione delle piattaforme digitali.

Appare opportuno concludere allora che la risposta più pertinente alla domanda «Perché si dovrebbe introdurre una Costituzione di Internet?» sarebbe da ricercare nella presa di coscienza del superamento dell’idea per cui la Rete sia solo uno dei tanti mezzi di comunicazione che permettono di sentirci parte integrante di un mondo sempre più globalizzato e digitalizzato.
È quindi inevitabile prefigurare la creazione di una Carta dei Diritti del cyberspace al fine di regolamentare il nuovo status quo a cui la tecnologia ci ha abituati, in modo da porre anche un freno allo strapotere delle multinazionali che detengono il monopolio dei nostri dati – spesso in assenza del consenso degli interessati –, da rideterminare i diritti e i doveri dei fruitori e degli autori delle opere dell’ingegno, da ribadire la centralità del valore della riservatezza, da superare il c.d. digital divide – tanto culturale quanto economico – conseguente alla rivoluzione cibernetica e da creare una società finalmente dinamica e fluida che sfrutti le potenzialità di Internet nel rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.