Il caso “Mark Caltagirone” e il delitto di sostituzione di persona

di Francesco Giuseppe Catullo -

Pamela Prati e le sue agenti, negli ultimi due mesi, hanno catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica.
Attorno alla notizia del matrimonio della showgirl con il sedicente Mark Caltagirone si è attivato il circolo mediatico che ha generato profitto a favore di tutti i protagonisti della vicenda. Una falsa informazione ha realizzato denaro sonante attraverso la captazione dell’interesse di persone incuriosite dai retroscena del primo matrimonio di una sessantenne con un aitante scapolo dal volto coperto. La messinscena è stata assicurata soprattutto grazie alle opportunità offerte dal web.
La creazione della falsa identità del futuro sposo è stata agevolata dalla possibilità concessa da Facebook di aprire un profilo dedicato a quest’ultimo e di gestirlo ingenerando tra gli internauti la percezione dell’esistenza di un soggetto con il quale rapportarsi o dal quale apprendere informazioni.
L’interazione che si è creata tra i fans della Prati e il suo promesso sposo originariamente è risultata confinata nell’ambito della esperienza digitale, laddove i protagonisti della vicenda hanno assunto i ruoli e tenuto le condotte che normalmente sono attese nel menzionato contesto. In seguito, questa interazione è transitata nella realtà materiale, allorquando Pamela Prati è stata intervistata in una serie di trasmissioni televisive o ha rilasciato dichiarazioni su testate giornalistiche, fornendo rassicurazioni sull’esistenza e sull’identità del suo futuro marito nonché divulgando dettagli in merito alla relativa storia sentimentale.
I fatti posti in essere dagli organizzatori della messinscena sul web e nella realtà materiale sebbene formalmente perfezionino delle ipotesi di reato, sostanzialmente sarebbero portatori di un diverso disvalore meritevole di differenziate risposte sanzionatorie.
Per ragioni di sintesi, nel presente intervento, ci si limiterà ad analizzare le condotte poste in essere dai responsabili delle fake news solo attraverso la fattispecie incriminatrice di Sostituzione di persona, rinviando ad altra occasione l’individuazione degli ulteriori profili di responsabilità che potrebbero rilevare dalle condotte poste in essere da coloro che hanno tratto vantaggi dalla costruzione di un personaggio inesistente e dalla diffusione di una notizia non vera.
Il delitto di Sostituzione di persona consiste nell’indurre taluno in errore, sostituendo la propria all’altrui persona o attribuendo a sé o ad altri un falso nome o un falso stato, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno. In giurisprudenza, è stato affermato che realizza il predetto delitto anche chi realizza un falso profilo Facebook (Vedi Cass. sez. V, 12/6/18 n. 38911 e Cass. sez. V. 8/6/18 n. 33862). Tuttavia sul punto è opportuno fare delle precisazioni, soprattutto alla luce di una pratica molto diffusa secondo la quale – per le più svariate ragioni – gli internauti sovente navigano e si rapportano nella dimensione digitale dietro false identità senza però essere incriminati per il delitto di cui all’art. 494 c.p.
Una delle spiegazioni della citata clemenza potrebbe essere la seguente.
L’assunzione di una falsa identità sul web vincola il soggetto agente diversamente rispetto alla medesima condotta posta in essere nella realtà materiale e il discrimine tra le due situazioni andrebbe ricercato nelle diverse aspettative che possono essere avanzate dai frequentatori delle due rispettive dimensioni.
È fatto notorio, soprattutto tra le generazioni più giovani, che nelle comunità elettroniche per una serie di differenti motivi ci sia l’uso di assumere delle identità fittizie (spoofing) talvolta caratterizzate da un sesso differente rispetto a quello reale (gender swapping). Permettendo a ciascuno di sperimentare nuovi modi di essere senza il rischio di conseguenze in caso di eventuali fallimenti. In quest’ottica, il ciberspazio allarga le possibilità dell’individuo, consentendogli di essere ciò che vuole, senza includere però il costo della sperimentazione.
I ruoli assunti sul web obbligherebbero in maniera meno stringente rispetto ai medesimi assunti nella realtà materiale. Il ciberspazio non può offrire garanzie sull’identità dei soggetti interagenti. Nella maggior parte dei nuovi media gli interlocutori vengono identificati da un indirizzo o da un nickname che non è necessariamente legato alle caratteristiche dei soggetti. Per questo, la principale fonte di informazioni sui diversi internauti è data dai contenuti delle interazioni: io sono quello che dico e faccio (Piva G., Psicologia dei nuovi media, Bologna, 2008, p. 226).
Chi frequenta i social network non può escludere di interloquire o di rapportarsi con un soggetto dall’identità diversa rispetto a quella dichiarata e l’eventuale delusione della relativa aspettativa potrebbe essere meno grave rispetto a chi, rapportandosi con un terzo, venisse ingannato nella realtà materiale. L’aspettativa di coerenza muta di volta in volta in proporzione al contesto in cui viene assunto il ruolo. Di conseguenza, la delusione provata da un frequentatore di social network rispetto alla falsa identità dell’interlocutore con cui si è rapportato risulterà più facilmente assorbibile rispetto alla medesima provata dal soggetto che, operando nella realtà materiale, dovesse risultare deluso dal medesimo inganno.
Tra le due dimensioni in cui possono essere svolte le interazioni sociali vigono, pertanto, regole diverse.
Al fine di valutare l’opportunità dell’intervento penale a difesa della fede pubblica tutelata dall’art. 494 c.p. non si potrà prescindere dal contesto in cui l’azione si è dipanata, dalle regole che lo governano e dalle aspettative che ciascuno dei partecipanti può legittimamente attendersi avendo deciso di operare in esso anziché in un altro.
La conseguenza scaturente da siffatte premesse è che mentre sul web l’ordinamento di massima risulta meno interessato a perseguire e punire i soggetti che sostituendosi ad altra persona interagiscono al fine di trarre vantaggio o arrecare danno a terzi, nella realtà materiale l’agente che – per i medesimi fini – dovesse attribuirsi l’identità di altro individuo o di una persona inesistente con sicurezza verrebbe chiamato a rispondere del reato di cui all’art. 494 c.p.
Concludendo: nell’affaire Mark Caltagirone – al fine di ridurre il rischio di responsabilità penali per il reato di Sostituzione di persona – gli organizzatori della messinscena avrebbero dovuto mantenere la fake news confinata al solo mondo del web, alle sue regole e alle aspettative dei suoi frequentatori (new media), travalicando quei confini e mutuando l’inganno sui canali della stampa e della televisione (old media) il medesimo proposito che ha informato e stimolato la loro condotta si è manifestato secondo forme e dimensioni cariche di un più intenso disvalore passibile di una pronta reazione sanzionatoria di natura penale.