La truffa sussiste indipendentemente dalla prova dell’indisponibilità del bene oggetto di vendita online [Corte di Cassazione 20 dicembre 2019, n. 51551]

di Annalisa Benevento -

Con sentenza depositata il 20 dicembre 2019 la Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento emesso della Corte di Appello di Ancona con il quale l’imputato veniva assolto dal delitto di truffa per insussistenza del fatto.

Il presunto reato si sarebbe configurato nell’ambito di una vendita online in cui il soggetto agente – dopo aver inserito un’offerta di vendita di una calcolatrice grafica su un sito internet – avrebbe incassato il corrispettivo della vendita senza consegnare il bene all’acquirente.

L’imputato, che nel corso del giudizio di primo grado era stato condannato alla pena ritenuta di giustizia, è stato successivamente assolto in appello con formula piena per non essere stato provato che lo stesso avesse la disponibilità o meno del bene venduto.
Più precisamente la Corte di appello ha ritenuto che l’insussistenza della truffa emergesse già dalla lettura del capo d’imputazione: la condotta ivi descritta si riferiva soltanto alla messa in vendita del prodotto “senza specificare alcunché sulla circostanza – non accertata – della sua indisponibilità da parte dell’imputato […] né in ordine a circostanze eventualmente dirette a sorprendere l’altrui buona fede diverse dalla semplice offerta di vendita via internet del bene”.

Avverso la sentenza di appello ha poi proposto ricorso per Cassazione il Procuratore generale deducendo l’inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 640 c.p. poiché il giudice di secondo grado avrebbe escluso che la vendita online di un bene non consegnato possa configurare il delitto di truffa.

In accoglimento del ricorso la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza impugnata sostenendo, contrariamente a quanto detto dalla Corte di Appello di Ancona, l’irrilevanza probatoria di un accertamento teso a constatare la disponibilità o meno del bene venduto.

Sul punto la Corte Suprema ha chiarito che le truffe online si collocano nel novero delle truffe contrattuali e come tali il mancato rispetto delle modalità di esecuzione del contratto da parte di uno dei contraenti, mediante condotte artificiose idonee ad arrecare un danno e un conseguente ingiusto profitto, integra il delitto previsto dall’art. 640 c.p..

La Corte ha così sostenuto l’erroneità dell’assunto motivazionale reso dai Giudici dell’appello affermando che la messa in vendita di un bene su un sito internet, accompagnata dalla sua mancata consegna, realizzata da chi ha il solo proposito di indurre la controparte a versare una somma di denaro, integra una condotta truffaldina indipendentemente dall’accertamento dell’indisponibilità del bene.

Da ciò ne consegue che per i Giudici di legittimità la truffa online sarebbe sufficientemente provata dalla mancata consegna del bene poiché da questa ne discenderebbe anche la prova della sussistenza degli altri elementi costitutivi del reato.

Orbene, a parere di chi scrive, la presunzione della sussistenza dell’elemento psicologico del reato e degli artifici e raggiri per il solo fatto della mancata consegna consta di una superficialità di accertamento.

Va considerato, infatti, che l’elemento che imprime all’inadempimento contrattuale il carattere di reato, è costituito dal dolo iniziale del soggetto agente che – con artifici e raggiri – influisce sull’altrui volontà negoziale falsandone il processo volitivo.

Ne consegue che nel caso in esame la prova dell’indisponibilità del bene, così come evidenziato dalla Corte di Appello, avrebbe permesso di accertare senza indugi la finalità ingannatoria dell’imputato e la sussistenza degli “artifici e raggiri” necessari per la sussistenza del reato.

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Corte di Cassazione, sezione II penale, 20 dicembre 2019 n. 51551
Pres. Rago – Rel. Pacilli – P.G. Lori

RITENUTO IN FATTO
Con sentenza, emessa il 28 febbraio 2017, il Tribunale di Urbino ha condannato R.A. alla pena ritenuta di giustizia in relazione al reato di truffa ascrittogli.
Il giudice di primo grado ha ritenuto accertato che l’imputato, con artifizi e raggiri consistiti nell’apparente offerta di vendita sul sito internet di una calcolatrice grafica, aveva indotto R.M. a versare la somma di Euro 156,23 mediante ricarica di una carta Postepay, così procurandosi l’ingiusto profitto, pari al prezzo del bene, non consegnato all’acquirente.
Con sentenza del 15 aprile 2019 la Corte d’appello di Ancona, in riforma della sentenza di condanna, ha assolto R.A. dal reato ascrittogli perchè il fatto non sussiste.
La Corte territoriale ha ritenuto che l’insussistenza del delitto contestato emergesse ictu oculi dalla stessa lettura del capo d’imputazione, ove era descritta soltanto la messa in vendita del prodotto online, “senza specificare alcunchè sulla circostanza – non accertata – dell’indisponibilità da parte del R. della calcolatrice grafica nè in ordine a circostanze eventualmente dirette a sorprendere l’altrui buona fede diverse dalla semplice offerta di vendita via internet del bene”.
Avverso la sentenza d’appello ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d’appello di Ancona, che ha dedotto l’inosservanza o l’erronea applicazione dell’art. 640 c.p., avendo il giudice di secondo grado illegittimamente escluso che la messa in vendita su un sito internet di un bene, non consegnato all’acquirente nonostante il versamento del corrispettivo, non integrasse gli elementi costitutivi del reato di truffa.
All’odierna udienza pubblica è stata verificata la regolarità degli avvisi di rito; all’esito, la parte presente ha concluso come da epigrafe e questa Corte, riunita in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti, pubblicato mediante lettura in pubblica udienza.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è fondato.
Questa Corte (Sez. 2, n. 41073 del 5/10/2004, Rv. 230689) ha avuto modo di affermare che, in materia di truffa contrattuale, il mancato rispetto da parte di uno dei contraenti delle modalità di esecuzione del contratto, rispetto a quelle inizialmente concordate con l’altra parte, con condotte artificiose idonee a generare un danno con correlativo ingiusto profitto, integra l’elemento degli artifici e raggiri richiesti per la sussistenza del reato di cui all’art. 640 c.p..
Si è precisato che l’elemento, che imprime al fatto dell’inadempienza il carattere di reato, è costituito dal dolo iniziale, che, influendo sulla volontà negoziale di uno dei due contraenti – determinandolo alla stipulazione del contratto in virtù di artifici e raggiri e, quindi, falsandone il processo volitivo rivela nel contratto la sua intima natura di finalità ingannatoria (Sez. 2, n. 5801 dell’8/11/2013, Rv. 258203).
In applicazione dei principi ricordati questa Corte ha già ravvisato la condotta fraudolenta prevista dall’art. 640 c.p. in quella di chi si accredita sul sito “ebay” e pone in vendita un bene, ricevendone il corrispettivo senza procedere alla consegna di esso; condotte rispetto alle quali sono state valutate indizianti della truffa sia la cancellazione dell'”account”, successiva alla conclusione della transazione, che la reiterazione di fatti analoghi da parte dello stesso ricorrente (v. tra le altre Sez. 6, n. 10136 del 17/02/2015, Rv. 262801; Sez. 2, n. 43660 del 19/7/2016, Rv. 268448).Nel caso in esame la Corte territoriale non si è posta nell’alveo dei suddetti principi.
Essa, infatti, ha assolto l’imputato, avendo ritenuto che dalla stessa lettura del capo di imputazione emergeva l’insussistenza del delitto contestato, posto che nella descrizione degli artifici e raggiri l’accusa si era limitata a descrivere la messa in vendita del prodotto online senza specificare alcunchè sulla circostanza – non accertata – dell’indisponibilità da parte dell’imputato della calcolatrice grafica nè in ordine a condotte eventualmente dirette a sorprendere l’altrui buona fede, diverse dalla semplice offerta di vendita via internet del bene.L’assunto del giudice di secondo grado è erroneo.La messa in vendita di un bene su un sito internet, accompagnata dalla mancata consegna del bene stesso all’acquirente e posta in essere da parte di chi falsamente si presenta come alienante ma ha solo il proposito di indurre la controparte a versare una somma di denaro e a conseguire, quindi, un profitto ingiusto, integra una condotta truffaldina.
Si impone, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’appello di Perugia per nuovo giudizio, che sarà effettuato alla luce dei criteri ermeneutici innanzi enunciati.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Perugia per nuovo giudizio.
Così deciso in Roma, nella udienza pubblica, il 4 dicembre 2019.
Depositato in Cancelleria il 20 dicembre 2019