La geolocalizzazione delle chiamate di emergenza ed il (non sempre) pronto intervento [Corte di Giustizia Europea, 5 settembre 2019, causa C-417/18]

di Sarah Shirley Di Veroli -

La cittadinanza europea comporta, indubbiamente, dei vantaggi: ha reso più agevole vivere, lavorare e circolare all’interno dell’Unione.
Diretta conseguenza dell’incremento della mobilità, è stata l’introduzione, con la direttiva n. 91/396/CEE, del Numero Unico Europeo (NUE): si tratta di un numero di emergenza – il 112 – per contattare, senza alcun costo di chiamata, i servizi di soccorso, ovunque ci si trovi in Europa.
Ebbene, suddetto numero è attivo dal 1992 nella maggior parte dei Paesi dell’Unione.

La direttiva europea 2019/770/UE, relativa a determinati aspetti dei contratti di fornitura di contenuto digitale e di servizi digitali, introduce la qualificazione del trasferimento di dati personali quale corrispettivo nel contratto di fornitura di contenuti o servizi digitali, eguagliando tale trasferimento ad un ordinario pagamento del prezzo.
Viene così disciplinata la prassi dello scambio del contenuto o servizio digitale in cambio di dati personali, anche se tutt’oggi l’utente la percepisce come gratuita. La direttiva sottolinea che la protezione dei dati personali è un diritto fondamentale. Del resto, anche alla nostra Costituzione è caro il tema del diritto alla riservatezza, diritto all’identità personale, diritto alla protezione dei dati personali, per i quali si rinvengono specifiche garanzie (cfr. art.2, 3, 13, 14, 15, 21).

Noi tutti, al giorno d’oggi, permettiamo, più o meno consapevolmente, alla tecnologia di geolocalizzarci da innumerevoli fornitori di servizi per beneficiare di diversi servizi commerciali.
Che cosa accade, però, quando la trasmissione di dati personali potrebbe salvarci la vita?
Nota è la tragedia che ha coinvolto il turista francese, Simon Gautier, morto in Cilento, che, precipitato in un dirupo, ha tentato vanamente di contattare i soccorsi attraverso il numero di emergenza europeo.

Tuttavia, le autorità locali non sarebbero state in grado di geolocalizzare tempestivamente il soggetto, in quanto la tecnologia Aml – Advanced Mobile Location – non è ancora attiva in Italia. Si tratta di un dispositivo estremamente costoso, previsto dal decreto del ministero dello Sviluppo economico del 2009, grazie al quale, pure in assenza di rete internet, dallo smartphone di chi richieda il soccorso parta immediatamente un Sms al 112 con le coordinate Gps corrispondenti al punto esatto in cui si trovi la vittima. In mancanza, i carabinieri hanno dovuto ricorrere ai ripetitori; un processo sicuramente più lento ed articolato, non foss’altro per l’area in analisi, poco abitata e dunque sprovvista di antenne.

Lo Stato italiano non avrebbe attuato ben due direttive: la 2002/22/CE (la c.d. direttiva “servizio universale”) e la 136/2009, che impongono agli Stati membri di attivarsi affinché le Compagnie telefoniche mettano gratuitamente a disposizione dell’autorità incaricata delle chiamate al numero di emergenza europeo le informazioni circa l’ubicazione del chiamante nel momento in cui il contatto raggiunge tale autorità.

Eppure, la sentenza del 5/09/2019 della Corte di Giustizia Europea, relativa alla causa C-417/18, è di solare evidenza: ribadisce, anzitutto, che l’obbligo di messa a disposizione delle informazioni sull’ubicazione del chiamante riguarda ogni chiamata al numero di emergenza europeo, anche quando la chiamata effettuata provenga da un telefono cellulare sprovvisto di scheda SIM.
A stimolare questa pronuncia, un’altra drammatica vicenda consumatasi nel 2013, in Lituania: una ragazza di soli 17 anni, che è stata rapita, violentata e successivamente uccisa, la quale ha tentato di ricorrere senza alcun esito, al numero di emergenza, per ben dieci volte. Anche in questo caso, il pronto (rectius: non pronto) intervento non è riuscito a localizzarla per tempo.
Inoltre, la Corte di Giustizia ha altresì posto l’accento sul fatto che, se è vero che gli Stati membri si avvalgono di un certo potere discrezionale nella definizione dei criteri circa l’affidabilità e l’esattezza delle informazioni sull’ubicazione del chiamante, è altresì vero che tale potere discrezionale si scontra, soccombendo, con il limite della necessità di garantire che le informazioni trasmesse permettano l’effettiva localizzazione del soggetto che chiama il 112, e quindi, che permettano l’intervento dei servizi di soccorso.

Per stabilire quando ricorre la responsabilità dello Stato membro, bisogna avere riguardo al nesso di causalità tra la violazione del diritto ed il danno subito dai cittadini.
Non solo: laddove, in base alla legislazione interna di uno Stato membro, la sussistenza di un nesso causale indiretto fra l’illecito commesso dalle autorità nazionali ed il danno subito dall’individuo basti ex se a configurare la responsabilità dello Stato, anche il nesso causale indiretto tra la violazione di un diritto dell’Unione da parte dello Stato ed il relativo danno deve essere sufficiente per far sì che lo Stato membro sia ritenuto responsabile per la violazione del diritto stesso.

In tema di responsabilità dello Stato, non è certo la prima volta che la Corte di Giustizia si esprime.
Infatti, ha sempre affermato che in mancanza di una corretta e tempestiva trasposizione delle direttive, lo Stato non può opporre ai singoli il suo inadempimento agli obblighi espressi dalla direttiva inattuata. Non solo gli Stati membri, ma anche i loro cittadini sono soggetti all’ordinamento giuridico comunitario, ed è in virtù di ciò che sono titolari di diritti ed obblighi discendenti da esso: l’obbligo gravante sullo Stato, ai sensi dell’art. 249 Trattato CE, di dare attuazione alle direttive, corrisponde al diritto vantato dai singoli di vedere applicate le norme comunitarie.
Nodale è stata la sentenza Francovich (1991): storica pronuncia della Corte con cui si stabiliva il principio secondo cui, il mancato recepimento di una direttiva comunitaria entro la data stabilita determinava, ricorrendo determinate condizioni, una condanna dello Stato e un relativo obbligo di risarcimento nei confronti del cittadino leso dall’inadempiente condotta.
Tale sentenza ha riconosciuto per la prima volta la responsabilità dello Stato e non del singolo organo legislativo.
Una delle caratteristiche delle direttive comunitarie, è noto, è quella di concedere un determinato lasso di tempo agli Stati membri per poter recepire nel proprio ordinamento le nuove disposizioni (circa due anni).
Non raramente accade, però, che gli Stati risultino inadempienti, non provvedendo per tempo al completamento delle procedure ai fini attutivi delle disposizioni comunitarie. Nella pronuncia Francovich, la Corte aveva precisato che affinché potesse configurarsi un diritto al risarcimento dovevano verificarsi, cumulativamente, tre condizioni:
1) il fine ultimo previsto dalla direttiva doveva implicare l’attribuzione di diritti a favore dei singoli;
2) il contenuto di tali diritti doveva essere determinato chiaramente alla luce delle disposizioni della direttiva;
3) doveva esistere un nesso di causalità tra la violazione dello Stato e il danno subito dal soggetto leso.
Ad avviso della Corte di Giustizia, l’accertamento in merito all’esistenza del danno, alla sussitenza del nesso tra l’inadempimento dello Stato e la quantificazione del danno subito, spettava al giudize nazionale.
Successivamente, la Corte di Giustizia ha stabilito che i principi indicati dalla sentenza Francovich afferenti alle direttive dovessero essere applicati a qualsiasi atto comunitario idoneo ad attribuire diritti in favore dei cittadini. Le sentenze Brasserie du Pecheur e Factortame LTD del 1996, affermarono la possibilità di vedere uno Stato condannato solo in presenza di una “violazione manifesta e grave”; le sentenze Palmisani e Maso del 1997 hanno poi ribadito è in capo al giudice nazionale “far sì che il risarcimento dei danni subìti dai beneficiari sia adeguato”.
Muovendo da questi principi, la Corte di giustizia estende inevitabilmente la portata della responsabilità extracontrattuale dello Stato, prescindendo dunque dalla natura dell’atto che ha violato il diritto comunitario: la responsabilità dello Stato sorge indistintamente in caso di violazione di una disposizione del Trattato, di un regolamento, di una decisione, di una direttiva o anche di un principio generale dell’ordinamento comunitario.
Al di là di ogni trattazione, preme sottolineare che al giorno d’oggi, non è ammissibile che degli individui muoiano a causa dell’inefficienza e della non tempestività della tecnologia di uno Stato.
E’ auspicabile pertanto che tutti gli Stati membri dell’Unione europea si attivino per garantire la sicurezza e la prontezza dei dispositivi all’uopo preposti, di modo da garantire la tutela delle mutevoli esigenze dell’essere umano.