Compensi per copia privata nel settore audiovisivo: Agcm apre un’istruttoria nei confronti di Siae e delle principali associazioni di categoria

di  Marta Bianchi -

 

Il 22 febbraio 2021, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (di seguito “AGCM” o “Autorità”), con provvedimento n. 28548, ha avviato un’istruttoria per presunta intesa ai sensi dell’art. 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea a carico della Società Italiana degli Autori e degli Editori (di seguito “SIAE”) e delle principali associazioni di categoria dei produttori di opere audiovisive e dei produttori di videogrammi, quali: l’Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali (di seguito “ANICA”), l’Associazione Produttori Audiovisivi (di seguito “APA”), Univideo (di seguito “Univideo”) – anche per il tramite delle rispettive società controllate.

La presunta intesa posta in essere dalle predette avrebbe ad oggetto il c.d. compenso per copia privata (di seguito “CCP”) nel settore video e originerebbe da accordi risalenti agli anni ’90, tuttora in vigore. L’intesa ipotizzata risulterebbe idonea, da un lato, ad ostacolare l’ingresso ad organismi di gestione collettiva e/o entità di gestione indipendente al mercato della ripartizione, sia primaria che secondaria, del compenso di copia privata e, dall’altro, a limitare la libertà degli aventi diritto di scegliere il soggetto a cui demandare la gestione del CCP e le sue modalità.

Il CCP è un importo corrisposto ai titolari del diritto d’autore su opere dell’ingegno e, nello specifico, è destinato agli autori, ai produttori e agli artisti, interpreti ed esecutori (di seguito “AIE”) a fronte delle utilizzazioni delle opere effettuate per scopi personali e non professionali/commerciali. La sua entità è attualmente stabilita dal Decreto del Ministero dei Beni e delle Attività̀ Culturali e del Turismo del 30 giugno 2020, recante “Determinazione del compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi”.

La disciplina in materia è contenuta negli articoli 71-sexies, 71-septies e 71-octies della Legge sul diritto d’autore del 22 aprile 1941 n. 633 (di seguito anche “LDA”) e impone ai produttori o agli importatori di apparecchi destinati alla registrazione analogica o digitale di fonogrammi e videogrammi di trasmettere a SIAE, ogni tre mesi, una dichiarazione dalla quale risultino “le cessioni effettuate e i compensi dovuti” e di corrispondere le relative somme.

La peculiare disciplina per il settore video prevede, ai sensi dell’art. 71-octies, comma 3, LDA, che la SIAE è poi tenuta a ripartire suddette somme “anche tramite le loro associazioni di categoria maggiormente rappresentative”: per il 30% del compenso agli autori e per il 70% tra i produttori originari di opere audiovisive, i produttori di videogrammi e gli AIE, in parti uguali.

La ripartizione del 30% del compenso agli autori è corrisposta direttamente da SIAE, in considerazione del fatto che la stessa ne rappresenta la categoria, mentre la ripartizione del restante 70% avviene mediante l’intermediazione di associazioni di categoria.

Allo stato attuale, il CCP destinato ai produttori risulta interamente gestito da SIAE e dalle associazioni di categoria ANICA, APA e Univideo, sia con riferimento ai rispettivi associati sia per soggetti terzi titolari del CCP non iscritti e/o che hanno manifestato la volontà di affidarne la gestione a una collecting diversa.

L’Autorità ha pertanto individuato due mercati rilevanti:

  1. i) quello della ripartizione primaria del CCP video ai produttori di videogrammi e di opere audiovisive che, in sostanza, si traduce nel passaggio vincolato delle risorse corrispondenti alle percentuali di cui sopra, dalla SIAE alle associazioni di riferimento;
  1. ii) quello della ripartizione secondaria del CCP video ai produttori di videogrammi e di opere audiovisive, nel quale le associazioni di categoria riconoscono alle collecting interessate il CCP loro dovuto. Quest’ultimo comparto risulta essere particolarmente profittevole in quando in grado di generare margini a favore dei soggetti incaricati alla ripartizione del compenso e, pertanto, assume un carattere di contendibilità per le collecting che aspirano ad operare nello stesso.

Nella valutazione delle condotte segnalate, l’Autorità ha posto l’accento sul mutato contesto giuridico dei mercati relativi alla gestione dei diritti d’autore e dei diritti connessi, alla luce della Direttiva c.d. “Barnier” e del D.lgs. del 15 marzo 2017 n. 35 recante “Attuazione della direttiva 2014/26/UE sulla gestione collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi e sulla concessione di licenze multiterritoriali per i diritti su opere musicali per l’uso online nel mercato interno”. La nuova disciplina, difatti, riconosce il superamento del monopolio di SIAE, ex art. 180 LDA, e consente lo svolgimento di attività di gestione dei compensi anche da parte di collecting societies.

Ne consegue che le collecting dovrebbero poter liberamente operare nella fase di ripartizione primaria e, eventualmente, inserirsi nella fase di ripartizione secondaria, ponendosi come ulteriore livello di intermediazione tra le associazioni di categoria e il singolo avente diritto.

Purtuttavia, l’Autorità ha riscontrato che le collecting interessate alla gestione del CCP video spettante ai produttori sono, invece, radicalmente escluse dalla fase di ripartizione primaria e altresì partecipano con difficoltà alla fase di ripartizione secondaria, non potendo operare al pieno delle loro potenzialità. Dagli atti del procedimento, infatti, risulterebbe che la segnalante Videorights S.r.l., oltre a essere esclusa dalla ripartizione primaria del CCP video, riscontra continue difficoltà nell’incassare dalle associazioni il compenso dovuto per poi distribuirlo ai propri rappresentati.

L’Autorità ha pertanto riscontrato in sede di avvio il “[…] permanere in vita di un sistema chiuso e ancorato a logiche monopolistiche […]” stante un sistema di ripartizione del mercato posto in essere da SIAE, ANICA, APA e Univideo, per tramite di accordi, risalenti anche agli anni ’90 ma tuttora in vigore, nonché di ulteriori condotte escludenti. L’intesa ipotizzata risulta dunque idonea a produrre effetti negativi sulla concorrenzialità – incidendo sulla capacità competitiva delle collecting – e sulla qualità dei servizi offerti in termini di perdita di benessere degli aventi diritto, stante la compressione della loro libertà di scelta. Ciò, peraltro, con evidenti riflessi anche sul commercio tra gli Stati membri dell’Unione Europea.

Fonte:

https://www.agcm.it/dotcmsCustom/getDominoAttach?urlStr=192.168.14.10:8080/41256297003874BD/0/6B2F42205BDDBE86C125868400595E45/$File/p28548.pdf